Fabbrica Treviso

Blog di Stefano Dall'Agata


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E domani è l’otto marzo

Ieri ho ricevuto una mail da parte di una donna che chiedeva come rispondere al famigerato Modulo AS/1 dell’INPS.
Quello con cui l’Ente chiede di fornire dichiarazioni giustificative sulla questione di ipotetici “infortuni extra-lavorativi”, e che NON PREVEDE le risposte “si tratta di normale malattia, mi sono fatto male da solo”.
Le ho consigliato di rivolgersi all’Inca CGIL come avevo fatto io, anche per la delicatezza della questione, la signora non si era fatta male da sola, ma è stata picchiata dall’ex.
Ci sono questioni urgenti che attendono il Parlamento, una legge contro la violenza di genere è necessaria. È necessario anche che l’INPS modifichi quel modulo, il post in cui ne parlo in 3 anni ha raggiunto i 2.700 contatti.

Lettera aperta all’Inps

4 marzo 2010 di


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Nel nome del “papi”

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 395 del 5 dicembre 2010

Maria G. Di Rienzo: Nel nome del “papi”

Credo si debba dar credito di almeno una cosa alla Ministra Gelmini: pur facendo malissimo il suo lavoro, in una sola frase è riuscita a fotografare il “pensiero dominante” degli ultimi trent’anni italiani. Guardando dalla finestra, per così dire, la signora è sconcertata dal vedere pensionati e studenti protestare insieme. Che hanno a che fare gli uni con gli altri?, si chiede basita, Che interessi comuni possono avere?

Nel supermercato della giungla infatti, dove la Ministra vive e dove il suo governo pascola, tutti si vendono e/o comprano altri, ed ognuno è solo sino alla disperazione, perché chiunque si trovi accanto – se non è un oggetto da usare o un potente da agganciare – è un competitore, un ostacolo, un fastidio. Gli italiani non si sono tirati indietro: sulla base degli esempi e degli impulsi forniti dagli uomini e dalle donne “di successo”, incoraggiati dalla propaganda ossessiva dei media, abbagliati dai premi forniti alla disonestà e alla cialtroneria, hanno contribuito ad alzare il livello di violenza nel paese senza pensare che sarebbe ricaduto su di loro. Hanno giustificato ogni iniquità propria e altrui esattamente sul fondamento di una solitudine egoista. Ma singolarizzati non si vive.

Se l’ambiente è un terreno di caccia e sfruttamento l’immondizia si accumula sulle tue strade, il tuo fiume straripa, le tue case crollano, le varie patologie da inquinamento fanno ammalare ed uccidono te e i tuoi figli. Se le scuole sono aziende che devono produrre profitto, e parcheggi per i ragazzi in attesa che trovino da fare gli idioti in tv, è perfettamente normale che il bullismo sia esploso come un fungo atomico. Quando le donne non possono essere viste e rappresentate se non come imprenditrici del sesso a pagamento, hostess da tavolo, cigni da cubo, vassoi viventi e “talenti futuri”, ecco cosa aumenta: violenza domestica, violenza sessuale, disturbi dell’alimentazione nelle adolescenti, molestie sul lavoro (abbiamo il record europeo in quest’ultimo settore). Ed ecco cosa accade quotidianamente: bambine di quattro anni vestite come porno star fanno balletti “sexy” nel giorno del loro compleanno o nel cortile dell’asilo, bambini delle elementari – tutti o quasi “fidanzati” con coetanee – cercano pornografia su internet, studenti delle medie molestano pesantamente le compagne in classe, quando non le stuprano nei bagni, sotto gli occhi indifferenti degli insegnanti. Questi sono tutti episodi di cui io ho conoscenza diretta. Soli, ipersessualizzati, violenti e senza orizzonte: dai quattro anni in poi gli italiani e le italiane sembrano avere quest’unica prospettiva.

Di recente se n’è accorto anche il Censis (44° rapporto annuale sullo stato dell’Italia, dicembre 2010), definendo l’Italia “una società senza regole e senza sogni” attraversata dal “gusto apatico di compiere delitti comuni”. Il suo presidente De Rita ha rilasciato al proposito coltissime dichiarazioni piene di “auctoritas” e di “sregolazione pulsionale”, ma di fronte alla richiesta di rimedi si è rivelato un po’ meno profondo. Cosa possiamo fare, dunque? Preoccuparci del “padre che evapora” (santo cielo, abbassate i termostati!), quindi “ridare senso alla figura paterna” e “alla dimensione sociale del peccato”, ripartendo da un “desiderio” che nasca dalla “mancanza”. Il rapporto rileva con giusta perplessità i bambini affogati in giocattoli che neppure hanno chiesto e la mezza dozzina di cellulari a cranio italico, ma provate a portarglieli via e vedremo come il desiderio nato dalla mancanza si esprimerà: non si tratta solo di quante cose si hanno, signor presidente, ma di a che servono, di chi le usa e come le usa e per quali motivi, perché di fatto esse hanno sostituito le relazioni sociali e definiscono il posto nel mondo – il “successo”, il valore – di chi le possiede.

Giuseppe Roma, direttore del Censis, contribuisce: ripartiamo dal singolo, invoca, per ritrovare “impulsi vitali” ed “energie positive”. No, grazie: al “singolo” (uno contro tutti nella competizione globale) ci siamo già. E’ la coscienza che il singolo esiste all’interno di un sistema di relazioni che manca, è la consapevolezza che ogni individuo umano è stato portato all’esistenza da una relazione che manca, e che il nostro stesso pianeta è una rete di relazioni viventi. E’ il riconoscere che viviamo grazie alla cooperazione, non grazie alla competizione, che manca. Quanto al desiderio di un “padre” che ci metta a posto fomentando in noi l’idea del peccato e strapazzandoci per farci rigare diritto lo rispedisco al mittente: ciò che i signori del Censis hanno osservato con le lacrime agli occhi è esattamente il prodotto estremo e spettacolarizzato della “legge dei padri”, il patriarcato.

Quando Mister “Ghe pensi mi” (l’attuale capo di governo) metteva in fila le cameriere nelle sue ville per dar loro lo sculaccione augurale, affinché quel giorno lavorassero bene e nessuna piega si formasse sulla tovaglia per gli ospiti, non stava facendo altro che il suo lavoro da padre-padrone e quasi nessuno – oltre a me – lo ha trovato ignobile; quando assieme ai suoi lacchè ha sponsorizzato la pagliacciata del “Family Day”, delegittimando ed insultando la mia, di famiglia, perché “sregolata” e “non tradizionale” (come non è “tradizionale” la maggioranza delle famiglie italiane), il padre-padrone si sentiva perfettamente in regola circondato da prelati, beghine, le sue due famiglie ed il corteggio di amanti a pagamento: è “tradizione”, infatti, che il patriarca possa concedersi ciò che ai comuni mortali è negato; quando le suddette dame di compagnia sessuale gli chiedevano favori (risolvimi l’abuso edilizio, prestami l’avvocato da talk show per i miei problemi legali, trovami un posto in tv o da parlamentare: e quelle che hanno sollevato i veli dell’ipocrisia lo hanno fatto solo perché non hanno ottenuto ciò che volevano) stavano ridando pieno “senso alla figura paterna”, quella del “tradizionale” padre onnipotente che dà e toglie a suo capriccio, che ha piena potestà sulla figliolanza reale e simbolica, e che è autorizzato ad usarla per il proprio godimento: fra i figli, quindi, deve scatenarsi la lotta più implacabile per ottenere i favori del padre, eliminare gli avversari, e infine prenderne il posto.

In questo quadro, lo stupore ministeriale che citavo all’inizio (“Che interessi comuni possono avere pensionati e studenti?”) è perfettamente logico: ognun per sé e dio per chi può pagarlo con le regalie alle scuole private, mentre quella pubblica affonda. So che la Ministra non leggerà mai la spiegazione che sto per fornirle, e che quand’anche ciò accadesse probabilmente non riuscirebbe (ancora) a capirla, tuttavia eccola qua: pensionati e studenti, lavoratori e attivisti sociali, stanno cominciando a ricordare di essere umani, e che sono umani solo grazie al fatto che altri esseri umani li hanno messi al mondo, hanno avuto cura di loro, si preoccupano per loro, li amano. Se al Censis non hanno le fette di “papi” sugli occhi dovrebbero accorgersi che tutto questo ricorda molto di più l’agire di una madre (o di un padre nient’affatto “tradizionale”). Una madre che non ti indica l’inferno più o meno trascendente – il “senso sociale del peccato” – ma un quotidiano esistere fatto di buone relazioni, di negoziazioni, di condivisione di abilità e risorse, di responsabilità e rispetto, come sistema per vivere meglio, insieme, tutte e tutti. Se vogliono prove di quanto dico, è probabile che non debbano guardare più lontano di casa propria. Maria G. Di Rienzo


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Campagna dei 16 giorni

dal blog lunanuvola

16 GIORNI DI ATTIVISMO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

25 Novembre – 10 Dicembre 2010

La Campagna dei 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere è una campagna internazionale attiva dal 1991. Le due date, 25 novembre (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne) e 10 dicembre (Giornata internazionale dei diritti umani) sono legate per sottolineare che la violenza di genere è una violazione dei diritti umani.

Di seguito, parte del testo che ha lanciato la Campagna per il 2010.

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della Campagna “16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere.” Anno dopo anno, nuovi soggetti si sono aggiunti alla “Campagna 16 Giorni” per portare il loro contributo alla conoscenza delle differenti forme di violenza commesse contro le donne, a livello locale, nazionale e mondiale. L’attenzione che la violenza di genere ha ricevuto è una testimonianza delle forti energie e delle efficaci mobilitazioni realizzate dalle attiviste e dagli attivisti per la protezione dei diritti delle donne nel mondo. Eppure, malgrado questa maggiore presa di coscienza, il numero delle violenze e degli abusi contro le donne è allarmante ed emergono, anzi, nuove forme di violenza. Noi, in quanto diffensore/i dei diritti umani delle donne, abbiamo la responsabilità di osservare più da vicino le strutture che permettono alla violenza di genere di esistere e persistere. Dopo diverse consultazioni con attiviste/i, organizzazioni ed esperte/i di tutto il mondo, il militarismo è apparso come la struttura chiave di perpetuazione della violenza.

Benché esistano diversi modi per definire il militarismo, la nostra definizione di base descrive il militarismo come un’ideologia che crea una cultura di paura e giustifica e favorisce la violenza, le aggressioni o gli interventi militari per risolvere conflitti ed imporre interessi economici e politici.

È un’ideologia che molto spesso ha conseguenze gravissime per la sicurezza delle donne e della società in generale. Il militarismo è un approccio caratteristico che influenza la maniera di osservare il mondo; cambia la percezione del prossimo, della famiglia e dell’intera vita pubblica.

Abbracciare il militarismo è dare per scontato che ognuno ha nemici e che la violenza è un mezzo efficace per risolvere i problemi. Non opporsi a questo modo di pensare miltarista implica il perpetuare certe forme di mascolinità, il lasciare che le gerarchie di potere restino al proprio posto, ed accordare l’impunità agli autori delle violenze contro le donne in tempi di guerra. Ridurre il militarismo significa ispirare idee più ampie su una sicurezza vera, significa accrescere la partecipazione delle donne alla sfera pubblica, e creare un mondo costruito su rapporti autentici di fiducia e cooperazione, e non sulla vendita competitiva delle armi.

C’è un bisogno urgente di affrontare la questione militarista in tutta la nostra società. Il militarismo non solo ha conseguenze materiali ed istituzionali, ma anche culturali e psicologiche, più difficili da misurare. Guerre, conflitti interni, e repressioni violente di movimenti di giustizia sociale e politica – che risultano tutti dalla cultura del militarismo – hanno un impatto particolare e spesso sproporzionato sulle donne. Lo stupro è usato come una tattica di guerra per creare paura e per umiliare le donne e le loro comunità. Ma la violenza sessuale è solo una delle forme di violenza che le donne e ragazze affrontano attraverso il continuum di violenza che esiste prima, durante e dopo l’apparente fine di un conflitto. Il militarismo non finisce né comincia in zone di guerra, né si limita alla sfera pubblica.

Anche regioni che non conoscono situazioni di conflitto diretto sono vulnerabili al militarismo; inviano truppe, producono e vendono armi, e investono nelle forze armate di governi stranieri piuttosto che nel sostegno agli sforzi di sviluppo. Questi governi hanno priorità distorte; spendono un’alta percentuale del loro bilancio in spese militari e in armi piuttosto che nei settori sociali come l’istruzione, il servizio sanitario, il lavoro e lo sviluppo, che permetterebero una vera sicurezza per le donne.

Per queste ragioni, il tema internazionale della Campagna 16 Giorni è:

Le strutture della violenza: definire le connessioni tra militarismo e violenza contro le donne.

Siamo coscienti che questa campagna non sarà facile da affrontare, e che molte attiviste e molti attivisti potrebbero essere esposti a reazioni negative e brutali per il loro lavoro. Il Centro per la leadership globale delle donne (Center for Women’s Global Leadership – CWGL) esorta le attiviste e gli attivisti a considerare la loro sicurezza con la massima attenzione mentre collaborano a questa campagna. Il CWGL continuerà a fornire risorse e informazioni generali:

http://www.cwgl.rutgers.edu


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La musica che fa tremare i dittatori

di Maria G. Di Rienzo

(dal blog lunanuvola)

“Questa è una raccolta di brani di artisti provenienti da tutto il mondo che hanno dovuto fronteggiare la censura o la cui musica è stata bandita. Questi artisti, ed altri come loro in differenti parti del mondo, devono avere il diritto di esistere e di esprimere liberamente i loro sentimenti e le loro opinioni attraverso la loro arte. Non possiamo permettere che la nostra libertà di espressione sia compromessa. La musica non dev’essere ridotta al silenzio.”

Così si presenta “Listen to the Banned” – http://www.listentothebanned.com/

Gli artisti che fanno parte del progetto sono stati censurati, portati in tribunale, imprigionati e persino torturati per una ragione molto semplice: la loro musica. Ci sono Mahsa Vahdat, la cui voce incredibile ha catturato l’interesse internazionale ma resta non udita dagli iraniani; Fahrad Darya, il simbolo del ritorno della musica in Afghanistan dopo la caduta dei talebani; Lapiro De Mbanga, il cantore della musica popolare che da vent’anni fa campagna per le riforme sociali in Camerun; Marcel Khalife, che i potenti del suo paese, il Libano, accusano di “blasfemia”; Chiwoniso Maraire, che si è permessa di criticare l’incompetenza, la crescente corruzione e la mancanza di libera espressione che piagano lo Zimbabwe; Tiken Jah Fakoly, un idolo per milioni di africani, che ha denunciato la corruzione politica nel suo paese, la Costa d’Avorio; Abazar Hamid, censurato in Sudan perché cerca con la sua musica di trasformare un paese in guerra con se stesso; e poi Kamilya Jubran, Kurash Sultan, Ferhat Tunç, Aziza Brahim, Haroon Bacha, Fadal Dey, Amal Murkus.

Le loro storie sono riportate nel booklet che accompagna il cd; Deeyah, un’artista che ha dovuto smettere di esibirsi a causa delle costanti intimidazioni e delle minacce fisiche, ha curato la collezione, che io consiglio caldamente a tutti/e.

Per il canale YouTube: ListenToTheBanned


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La politica dei calci

di Maria G. Di Rienzo

Vivere in un ambiente tossico, inquinato, devastato, non giova com’è ovvio ne’ alla salute del corpo ne’ alla salute della mente (distinguo i piani per comodità, ma lo stare bene di un essere vivente è in sostanza l’armonia dell’interazione fra essi). L’Italia di oggi è in senso metaforico e reale una gigantesca discarica di rifiuti nocivi: sono tossiche le relazioni sociali e quelle fra i generi, sono estremamente tossici i media e le loro “notizie”. In poche parole, non solo siamo ammalati, ma non stiamo facendo nulla per guarire: continuiamo ad accatastare spazzatura mortale nelle nostre esistenze, sperando di cavarci un guadagno, di distruggere chi ci infastidisce o ci contraddice, di scalare la montagna di immondizia nel mentre la rendiamo sempre più alta.

Ogni volta in cui persone che hanno un considerevole potere di manovra economico e/o politico scaricano le loro tonnellate di nocività nella vita sociale del nostro paese, io mi pongo la stessa trita domanda: “Sanno quel che fanno? Sono consci delle conseguenze?” E’ questione vieta, ma non da poco per chi desidera contrastare questo stato di cose. Se il mio oppositore è crudele, spietato ed egoista ma intelligente, riconoscerà almeno se nella sua azione c’è qualcosa che danneggia anche lui (e vi saranno maggiori probabilità che la sua azione cambi), ma se il mio oppositore oltre ad essere crudele eccetera è un idiota cercherà semplicemente di andare avanti sino alla rovina sua e mia.

“Nonviolento, non silenzioso”

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Stupidity Oscar: and the winner is…

di Maria G. Di Rienzo lunanuvola

Il capolavoro di idiozia riportato di seguito è arrivato alla mia casella di posta elettronica il 15.3.2010. Naturalmente non ho replicato, perché l’anonimato (la non assunzione di responsabilità) non merita risposta, e scrivo qui le mie considerazioni. Per carità di patria ometto il nickname completo dello scrivente, ma non i suoi errori di battitura o di ortografia/sintassi. Sono certa che se passa di qui si riconoscerà ugualmente. E spero, per il suo bene, che riesca a vergognarsi.

La posizione delle orecchie indica che il micio è leggermente scocciato

Ciao come stai?
Il mio nickname e’ R… 76 (se mi risponderai ti dirò il mio nome vero, ma mi sembrava più particolare usare uno pseudonimo, non per nascondermi ovviamente), comprendo benissimo cosa ti starai chiedendo.

Ma questo chi e’?
Lo conosco?
E’ uno scherzo?

La risposta e’ semplice: NO (nessuna delle ipotesi che avrai fatto e’ esatta)

Veramente un buon incipit: R… 76 è, innanzitutto, onnisciente. Sa cosa io penso, come mi sento, e che ipotesi faccio. Anche se non lo specificasse lui stesso nel “questo chi è”, si capirebbe benissimo che è un uomo. Complimenti. Se il “76” nel suo pseudonimo ha lo stesso significato del “59” nel mio indirizzo di posta elettronica, significa che questo soggetto ha 34 anni. Dall’infantilismo non li dimostra. Avrà capito che io ne ho 50 e che potrei essere sua madre? Continua a leggere


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La sacra tela del mondo

una favola di Patricia Lay-Dorsey (trad. M.G. Di Rienzo) Lunanuvola’s Blog

Lei era, in effetti, al centro di tutto. Sebbene gli adulti avessero dimenticato, i bambini sapevano. Senza l’aiuto di lei, tutto sarebbe andato perduto. Lei viveva dietro la rimessa, sul lato estremo del prato. Là, sull’angolo rivolto ad est, la sua magnifica tela splendeva nel sole del mattino. Lei era nera, e la sua tela era d’argento.

Gli adulti tentavano di insegnare ai bambini ad averne paura. E molti di loro ascoltavano. “I ragni sono cattivi. Potrebbero infilarsi nei tuoi capelli, potrebbero morderti. Le loro tele mi sporcano le tende.” Perciò i ragni, dopo aver lavorato così tanto per creare tele, venivano scacciati da scope e vecchi stracci. Ma non si arrendevano mai. Ricominciavano semplicemente una nuova tela. Tutti, eccetto lei, che viveva dietro la rimessa. La sua tela non era mai stata distrutta. Cresceva più bella di giorno in giorno. Vedete, nessuno oltre ai bambini andava dietro la rimessa. E neppure tutti i bambini ci andavano. Alcuni erano troppo spaventati dai ragni, perciò restavano nei pressi della casa.

Ma una ragazzina e il suo fratellino più piccolo amavano quel misterioso angolo del prato. C’era sempre qualche sorpresa da quelle parti. E volete sapere la cosa migliore? Là, sorella e fratello si sentivano al sicuro. C’era ormai così poco che fosse sicuro, nelle loro vite. Quasi ogni notte, specialmente d’estate, dovevano dormire sul pavimento, perché i fucili sparavano nel vicinato. Ed era pericoloso giocare di fronte a casa, perché c’erano ragazzi grandi con le loro armi, le loro droghe, i loro combattimenti. Sopravvivevano nel mezzo di una guerra, e sembrava che nessuno sapesse come fermarla. Eccetto lei, ecco.

Lei sapeva come fare. Lei e le creature sue amiche sapevano come vivere in pace. Per questo la ragazzina e il bambino si sentivano al sicuro dietro la rimessa, con lei. Un giorno, poco dopo che aveva piovuto, tornarono in quel posto, sulla terra umida. Lei stava aggiungendo un nuovo filo alla sua tela, ma si fermò. “E’ il momento.”, sussurrò a se stessa, “E’ venuto il momento di insegnare ai bambini. Sono stati seduti in silenzio abbastanza a lungo, perciò ora saranno pronti ad ascoltare.”

“Bambini.”, disse, “Vengo a voi in pace. Siamo stati insieme a lungo, ed io ho apprezzato il rispetto che avete mostrato a me ed alla mia tela. Ora parleremo.” Per quanto stupiti, sorella e fratello annuirono quieti.

“Il vostro mondo ha dimenticato la tela che ci sostiene tutti, e tutti ci tiene insieme. E’ una rete persino più bella di quella che tesso io. I suoi fili sono forti, e se uno viene spezzato un altro prende il suo posto. Questa tela, la sacra tela della Terra, è così vasta che si estende su terre ed oceani, per connettere tutta la vita sulla Terra. Il suo vincolo è l’amore. Questa tela non ha nozione di paesi separati, di lingue diverse, di religioni o razze. Rispetta ogni forma di vita per ciò che essa è: donna o uomo, montagna o ruscello, roccia o albero, puzzola o farfalla. Ognuno ha un posto, ed una ragione per esistere. La tela non sarebbe completa senza di esso.”

La ragazzina disse: “Grazie, Madre Ragno, per averci parlato della sacra tela della Terra. Sembra una cosa bellissima! Ma io non capisco. Se siamo tutti legati dall’amore, perché ci feriamo e uccidiamo l’un l’altro?”

“Mia cara piccina,” disse il ragno, “la tua domanda è saggia. E la risposta è semplice. La gente di questo tempo ha dimenticato. Questa è la loro sofferenza: non ricordano di essere legati da fili d’amore.”

“Allora cosa possiamo fare?”, gridò la ragazzina, “Come possiamo aiutarli a ricordare, così che cessino i combattimenti, e le guerre, e le uccisioni?”

In quella, un ranocchio saltò fuori da un mucchio di foglie. Era uno degli amici di Madre Ragno. “Parla loro delle lacrime.”, gracidò, “Dì loro della pioggia che cade dai nostri occhi per pulirci e rinfrescarci. E’ solo quando riusciamo a piangere per la violenza che riusciamo a vederla per quel che è, e scegliamo di non vivere mai più in quel modo. Che le lacrime cadano come pioggia, sulla tela sacra della Terra, affinché essa risplenda e le persone la vedano di nuovo.”

“Grazie amico ranocchio.”, disse lei, “Onoriamo il tuo dono delle lacrime.”

I bambini annusarono il nuovo venuto prima ancora di vederlo… era la puzzola.

“Madre Ragno”, essa disse, “parla per favore del rispetto di se stessi. Quando ogni persona sa ed apprezza ciò che è, la sacra tela della Terra è più forte. Insegna a questi bambini ad evitare ogni persona o luogo dove non siano trattati con rispetto. Siate come me, piccoli. Potete essere dolci e coccoloni, ma potete sempre rovesciare una brutta situazione spruzzandoci sopra una richiesta di rispetto. Siate orgogliosi di ciò che siete.”

“Grazie, amica puzzola.”, disse il ragno, “Apprezziamo il dono del rispetto.”

In quella apparve una creatura alata e iridescente, che volteggiava sopra le teste dei bambini. “Guardatemi!”, disse loro, “Io sono la libellula e vi porto l’insegnamento di come si attraversano le illusioni. Le illusioni sono idee mascherate da verità. Sono falsi modi di guardare al mondo. Per esempio, è un’illusione che noi si possa essere separati gli uni dagli altri. Un essere umano pensa che ciò che accade fra lui ed un’altra persona riguardi solo loro due. Ma non è vero, amici miei. Quando tu colpisci tua sorella, tutti i fili della sacra tela vengono colpiti. Quando la aiuti, stai aiutando il mondo intero. Per cui, Madre Ragno, insegna a questi bambini a vedere le cose in modi veritieri, e a credere nella realtà della tela.”

“Oh sì, cara libellula.”, disse il ragno, “Essi impareranno ad uscire dall’illusione e a vivere uniti.”

L’ultima creatura a fare la sua apparizione aveva bellissime ali arancioni e nere ed i bambini la salutarono felici: “Benvenuta, farfalla!”

“Salve, piccoli amici.”, disse la farfalla, “Io vi porto il sogno del cambiamento. Siete voi che trasformerete questo mondo, portandolo dalla violenza all’amore. Siete voi, che ora vedete la sacra tela della Terra e, nel vederla, cominciate a rendere reale il sogno della pace. Avete vissuto in un bozzolo di paura troppo a lungo. E’ tempo di danzare e cantare, di dipingere e disegnare, di amare e ridere, perché questo vi aprirà la strada che conduce al centro della tela. Voi siete il cambiamento che doveva venire. Vivete la pace ora, persino in un mondo che sembra non conoscere ciò che essa significa. Nel mentre voi diventerete il vostro sogno, il vostro sogno diventerà voi.”

Il ragno ringraziò la farfalla e poi disse: “Bambini, avete udito le creature rispondere alle vostre domande. Che farete, adesso?”

“Permetteremo alle lacrime di ripulire e rinfrescare la tela, di modo che essa risplenda nel sole. Vivremo nel rispetto, perché i fili della tela con esso si rinforzano. Abbandoneremo l’illusione di essere separati, e vivremo la verità di essere tutti parte della stessa tela. E sappiamo che il cambiamento è parte di noi. Vivremo in pace, e trasformeremo il mondo per sempre.”

“Allora andati, miei carissimi amici, e assaporate in profondità la sicurezza della sacra tela della Terra. E’ nel vostro cuore che tenete i suoi fili.”

E questa storia non ha una fine, perché questo è un inizio…