Fabbrica Treviso

Blog di Stefano Dall'Agata


1 Commento

c’è ancora tanto da inventare per costruire una cultura differente

Sólo le pido a Dios
que el dolor no me sea indiferente,
que la reseca muerte no me encuentre
…vacío y solo sin haber hecho lo suficiente.

Sólo le pido a Dios
que lo injusto no me sea indiferente,
que no me abofeteen la otra mejilla
después que una garra me arañó esta suerte.

Sólo le pido a Dios
que la guerra no me sea indiferente,
es un monstruo grande y pisa fuerte
toda la pobre inocencia de la gente.

Sólo le pido a Dios
que el engaño no me sea indiferente
si un traidor puede más que unos cuantos,
que esos cuantos no lo olviden fácilmente.

Sólo le pido a Dios
que el futuro no me sea indiferente,
desahuciado está el que tiene que marchar
a vivir una cultura diferente.

Sólo le pido a Dios,
que la guerra no me sea indiferente
es un monstruo grande y pisa fuerte
toda la pobre inocencia de la gente. Continua a leggere

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Campagna dei 16 giorni

dal blog lunanuvola

16 GIORNI DI ATTIVISMO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

25 Novembre – 10 Dicembre 2010

La Campagna dei 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere è una campagna internazionale attiva dal 1991. Le due date, 25 novembre (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne) e 10 dicembre (Giornata internazionale dei diritti umani) sono legate per sottolineare che la violenza di genere è una violazione dei diritti umani.

Di seguito, parte del testo che ha lanciato la Campagna per il 2010.

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della Campagna “16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere.” Anno dopo anno, nuovi soggetti si sono aggiunti alla “Campagna 16 Giorni” per portare il loro contributo alla conoscenza delle differenti forme di violenza commesse contro le donne, a livello locale, nazionale e mondiale. L’attenzione che la violenza di genere ha ricevuto è una testimonianza delle forti energie e delle efficaci mobilitazioni realizzate dalle attiviste e dagli attivisti per la protezione dei diritti delle donne nel mondo. Eppure, malgrado questa maggiore presa di coscienza, il numero delle violenze e degli abusi contro le donne è allarmante ed emergono, anzi, nuove forme di violenza. Noi, in quanto diffensore/i dei diritti umani delle donne, abbiamo la responsabilità di osservare più da vicino le strutture che permettono alla violenza di genere di esistere e persistere. Dopo diverse consultazioni con attiviste/i, organizzazioni ed esperte/i di tutto il mondo, il militarismo è apparso come la struttura chiave di perpetuazione della violenza.

Benché esistano diversi modi per definire il militarismo, la nostra definizione di base descrive il militarismo come un’ideologia che crea una cultura di paura e giustifica e favorisce la violenza, le aggressioni o gli interventi militari per risolvere conflitti ed imporre interessi economici e politici.

È un’ideologia che molto spesso ha conseguenze gravissime per la sicurezza delle donne e della società in generale. Il militarismo è un approccio caratteristico che influenza la maniera di osservare il mondo; cambia la percezione del prossimo, della famiglia e dell’intera vita pubblica.

Abbracciare il militarismo è dare per scontato che ognuno ha nemici e che la violenza è un mezzo efficace per risolvere i problemi. Non opporsi a questo modo di pensare miltarista implica il perpetuare certe forme di mascolinità, il lasciare che le gerarchie di potere restino al proprio posto, ed accordare l’impunità agli autori delle violenze contro le donne in tempi di guerra. Ridurre il militarismo significa ispirare idee più ampie su una sicurezza vera, significa accrescere la partecipazione delle donne alla sfera pubblica, e creare un mondo costruito su rapporti autentici di fiducia e cooperazione, e non sulla vendita competitiva delle armi.

C’è un bisogno urgente di affrontare la questione militarista in tutta la nostra società. Il militarismo non solo ha conseguenze materiali ed istituzionali, ma anche culturali e psicologiche, più difficili da misurare. Guerre, conflitti interni, e repressioni violente di movimenti di giustizia sociale e politica – che risultano tutti dalla cultura del militarismo – hanno un impatto particolare e spesso sproporzionato sulle donne. Lo stupro è usato come una tattica di guerra per creare paura e per umiliare le donne e le loro comunità. Ma la violenza sessuale è solo una delle forme di violenza che le donne e ragazze affrontano attraverso il continuum di violenza che esiste prima, durante e dopo l’apparente fine di un conflitto. Il militarismo non finisce né comincia in zone di guerra, né si limita alla sfera pubblica.

Anche regioni che non conoscono situazioni di conflitto diretto sono vulnerabili al militarismo; inviano truppe, producono e vendono armi, e investono nelle forze armate di governi stranieri piuttosto che nel sostegno agli sforzi di sviluppo. Questi governi hanno priorità distorte; spendono un’alta percentuale del loro bilancio in spese militari e in armi piuttosto che nei settori sociali come l’istruzione, il servizio sanitario, il lavoro e lo sviluppo, che permetterebero una vera sicurezza per le donne.

Per queste ragioni, il tema internazionale della Campagna 16 Giorni è:

Le strutture della violenza: definire le connessioni tra militarismo e violenza contro le donne.

Siamo coscienti che questa campagna non sarà facile da affrontare, e che molte attiviste e molti attivisti potrebbero essere esposti a reazioni negative e brutali per il loro lavoro. Il Centro per la leadership globale delle donne (Center for Women’s Global Leadership – CWGL) esorta le attiviste e gli attivisti a considerare la loro sicurezza con la massima attenzione mentre collaborano a questa campagna. Il CWGL continuerà a fornire risorse e informazioni generali:

http://www.cwgl.rutgers.edu


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Lutto per le morti in Afghanistan. Ma non solo.

Sono  morti due militari italiani a Bala Murghab, in Afghanistan, e altri due sono rimasti feriti. Prima di tutto il cordoglio per queste morti, il sentimento di vicinanza alle famiglie così duramente colpite, il lutto.Ma è un “prima di tutto” che non mette in secondo piano quanto andiamo ripetendo da tempo, con insistenza. L’attentato ai militari italiani è la conseguenza della guerra infinita che si sta combattendo in Afghanistan e a cui il nostro Paese partecipa mentre dovrebbe tirarsene fuori  rapidamente. Da tempo, da sempre. Oggi più che mai. Non c’è nessuna utilità in questa missione, non è vero ciò che in queste ore vanno ripetendo come un disco rotto quasi tutti gli esponenti della maggioranza e dell’opposizione.  Non c’è nessuna utilità, perché la guerra che il presidente Obama ha ereditato dal suo predecessore e a cui non ha avuto la forza di porre fine, è una guerra senza scampo, che asciuga ingenti risorse finanziarie, semina odio tra le popolazioni locali verso gli occupanti, non porta a nessun punto fermo ma moltiplica tutti i problemi.

Chiediamo il ritiro delle truppe italiane. Chiediamo contestualmente che l’Italia si renda protagonista di un’iniziativa in sede europea, presso la Nato, presso tutti i Paesi che hanno interessi  strategici in quella zona del mondo  – Pakistan, India, Cina, Russia e Stati Uniti – affinché, se l’Afghanistan deve essere aiutato, come noi pensiamo che debba, sia aiutato esclusivamente per via civile, cooperativa, solidaristica.

Cessi la presenza della Nato, cessino le campagne militari fatte a suon di bombe, bombardamenti e rastrellamenti  del territorio. Cessi la retorica della pacificazione prossima ventura. Il nostro Paesi annunci subito, con atto autonomo e unilaterale,  la volontà di ritirare i suoi contingenti. In forma chiara, ripristinando cos’ anche il violato articolo 11 della Costituzione.

Sono allarmanti le dichiarazioni di routine che esponenti della maggioranza, ma anche dell’opposizione, vanno facendo in queste ore. “La missione deve andare avanti”, “L’Italia ha obblighi internazionali a cui non può venir meno”, “Pace e democrazia in Afghanistan dipendono dalla continuazione della missione”.  Non è vero nulla, come i fatti quotidianamente dimostrano.  Dopo l’ennesimo attentato ai militari italiani, dopo l’ennesimo lutto che colpisce il nostro Paese, ci vorrebbe almeno la manifestazione di  un senso di responsabilità, almeno la disponibilità a riflettere seriamente, come invoca Rosy Bindi, portando nelle aule parlamentare una discussione reale sulla questione.

Invece è confermata  la volontà di fare della partecipazione a guerre, conflitti, prove di forza militare, un segno distintivo della politica estera italiana e di sottrarre scelte di queste genere al controllo, alla discussione e alle decisioni  del Parlamento.

Noi non vogliamo abbandonare l’idea che il nostro Paese possa fare una scelta autonoma, di libertà e di pace.  Un atto unilaterale, da costruire oggi, per far tornare in Italia i nostri militari. E per cercare altre vie.

Per questo, mentre dichiariamo il cordoglio per la morte del sergente Massimiliano Ramadù  e del caporal maggiore Luigi Pascazio, diciamo con altrettanta chiarezza che occorre mettere la parola fine a quella missione.

Elettra Deiana – Sinistra Ecologia Libertà

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