Fabbrica Treviso

Blog di Stefano Dall'Agata


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Documenti sul TTIP

Nel giugno 2013, il presidente degli Stati Uniti Obama e il residente della Commissione europea Barroso hanno lanciato ufficialmente i negoziati su un Partenariato Trans-Atlantico su commercio e investimenti  (TTIP), definito altrimenti Accordo di libero scambio transatlantico (TAFTA). Un aspetto cruciale di questi negoziati è la loro segretezza: i testi sui quali si discute e ci si confronta non sono accessibili che ai team tecnici che se ne occupano e, per parte politica, il Governo Usa e la Commissione Ue. Nemmeno i Parlamenti e i Governi degli Stati membri sono obbligatoriamente coinvolti e a conoscenza dell’andamento delle trattative. In teoria, per parte europea, dopo la riforma del Trattato di Lisbona il Parlamento europeo avrà diritto a un solo voto finale, prendere o lasciare, ma non di emendamento. Per questo è prezioso raccogliere tutti i documenti ufficiali che le realtà sociali, la stampa o altre fonti dirette o indirette, stanno via via sottraendo alla loro segretezza

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Sulla parziale restituzione del maltolto da parte del Governo Italiano

 

Innanzitutto non sono mille euro all’anno, come qualche ingenuo va dicendo. Per essere precisini sono 640 €. Che vanno bene lo stesso, ma sono 80 € per otto mesi (da maggio a dicembre).

Che però se li prende dal taglio alle detrazioni per il coniuge a carico, o tagliando le pensioni di reversibilità mi girano un pochino…

Poi se spiega dove trova i soldi per pre-pensionare i dipendenti pubblici, mentre non trova quelli per i lavori usuranti e annullare la riforma Fornero, sempre che sia in grado di dare una spiegazione decente.

E non si tratta neppure di redistribuzione tra classi sociali diverse, ma di trasferimenti all’interno delle stesse. Per l’IRAP si prendono i soldini dall’aumento degli interessi sulle rendite che si conoscono e sono certi. Per gli 80 € non si sa ancora da dove vengono presi, ma siccome non siamo ingenui, capiamo benissimo che alla fine verranno dalle nostre tasche, sia pagando di più la Sanità e il Trasporto Pubblico Locale (perché le Regioni quello che gli viene tolto poi lo tolgono dal Bilancio), sia con aumento Tasse Comunali (perché i Comuni il Bilancio poi lo dovranno fare).

Redistribuzione vorrebbe dire tassare i patrimoni e dare ai poveri cristi (lavoratori, precari, pensionati, ecc.) che fin’ora sono stati gli unici a farsi carico dei costi della crisi.

N.B. Una crisi generata dal capitale finanziario, ai guasti del quale hanno dato copertura gli Stati, rivalendosi poi sui cittadini, diremmo che basta. OK?

 


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Grillonomics? Una proposta alternativa.

Grillonomics

Grillonomics

Trovano spazio e rilievo nei media le 4 proposte per la politica fatte da ConfAPRI, l’associazione di imprese guidata da Massimo Colomban; proposte che paiono trovare la condivisione del Movimento 5 Stelle, anche a seguito dell’incontro avuto con Grillo durante la campagna elettorale..

Nel merito della questione, tutti possiamo condividere l’auspicio per un nuovo “Rinascimento Italiano”, e se possiamo dirci d’accordo sul fatto che ci sia una ripresa dell’intervento pubblico sulla finanza, questo non può esimerci dal valutare criticamente la strada che viene proposta per arrivarci.
In teoria sembrerebbe tutto bello, tramite una Banca di Stato si prendono in prestito 2.000 miliardi di euro dalla BCE al tasso dell’1 % e si acquista l’intero debito pubblico, finendo per pagare il 4% di interesse in meno sullo stesso, risparmiando 50 miliardi all’anno. Poi si fa una Legge contro la corruzione e si recuperano altri 60 miliardi perché la corruzione finisce, con il denaro recuperato si eliminano l’IRAP e l’IMU, così che chi evadeva le tasse troverà corretto pagarle, e i cittadini e il sistema d’impresa si preoccuperanno di stanare i furbi. Poi sempre con le risorse ottenute si defiscalizza completamente l’assunzione di lavoratori disoccupati o in mobilità o in Cassa Integrazione Guadagni.
La realtà però non è il libro dei sogni, la BCE non ha a disposizione 2.000 miliardi, e se li avesse non si vede il motivo per cui dovrebbe darli tutti all’Italia, come se il resto dei Paesi d’Europa non avesse Debito Pubblico. Ma ammesso e non concesso che tali somme fossero nella disponibilità della BCE, comunque anche una Banca Statale dovrebbe dare un collaterale (che non ha) a garanzia del prestito.
Il tutto resta oltremodo impraticabile perché acquistare i BTP che sono stati emessi 2 anni fa al 7% di rendimento annuo al loro valore nominale non trova convenienza per chi dovrebbe venderli; si possono solo acquistare i Titoli che vanno a scadenza, significa che un risparmio di 50 miliardi all’anno lo si avrà tra 8/10 anni.
I fatti si curano anche di far presente che il fare una Legge non presenta automatismi, e se è necessaria una Legge contro la corruzione, dopo va messo in moto un processo politico fatto di azioni concrete sia sotto il profilo repressivo che quello economico per renderla pienamente operativa e poterne vedere i benefici effetti anche economici. Soprattutto perché certi comportamenti hanno una diffusione estremamente ampia, ed intorno a loro si è costruito un sistema di interessi e di clientele, che purtroppo non si riuscirà a smantellare in poco tempo.
Resta quindi completamente senza possibilità, mancando la necessaria copertura finanziaria, la defiscalizzazione per i neo assunti, proposta sulla quale è bene chiarire che può funzionare solo se c’è una ripresa del dinamismo dell’economia. In una situazione di recessione qual’è la nostra, con le imprese che cercano al più di non licenziare i propri dipendenti, per non perdere un patrimonio di conoscenze e relazioni, è opportuno invece recuperare risorse per avviare e indirizzare una seria politica industriale per il nostro Paese, lasciando da parte le favole sulla autoregolamentazione dei mercati.
Prendiamo atto che da parte di ConfAPRI vi è il riconoscimento di un ruolo per la BCE, cosa che forse creerà qualche conflitto con parte del Movimento 5 Stelle, suggeriamo però, che invece di proporre percorsi impraticabili si cerchino strade diverse, strade che richiedono alleanze, in Italia come in Europa.
Vi sono delle cose importanti da fare, 3 fra tutte:
1) la ridefinizione del Fiscal Compact, togliendo dalla Costituzione l’obbligo del Pareggio di Bilancio e il rientro in 20 anni del rapporto debito/PIL, date le rigidità che da esso vengono poste sull’economia del Paese;
2) lavorare per rendere la BCE reale Banca di ultima istanza, sul modello della FED americana
3) aumentare il potere politico e decisionale delle Istituzioni democratiche europee, primo tra tutte il Parlamento Europeo, per passare dall’Europa monetaria all’Europa dei Popoli .
La strada per ottenere questi due risultati è stretta e passa attraverso un accordo con le forze che in Europa ed in Italia mettono in discussione l’impostazione liberista dell’economia propria delle destre, a partire dal Governo francese di François Hollande e dall’Alleanza rosso-verde che in Germania ha bloccato il Fiscal Compact; per l’Italia i referenti obbligati sono le forze politiche collegate alle forze di progresso e al partito del Socialismo Europeo: la Coalizione Italia Bene Comune PD-SEL-CD.
Altre risposte per ridare futuro all’Italia non se ne vedono all’orizzonte, il tempo per intervenire è questo. Temiamo che se non si riuscisse ad cogliere questa opportunità il rischio di un aggravamento della crisi nel nostro Paese diventerebbe inevitabile.
 
Coordinamento Circolo SEL Treviso


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Più flessibili, meno innovativi

Più flessibili, meno innovativi.

Le imprese più innovative sono quelle che offrono ai lavoratori più diritti, sicurezza e stabilità, non quelle dai contratti a breve termine e dal licenziamento facile

di Armanda Cetrulo da Sbilanciamoci.info

Del mai così famoso ed abusato concetto di flessibilità esistono diverse definizioni. In particolare, dal punto di vista dell’impresa, possiamo distinguere tre tipologie di flessibilità: flessibilità numerica ovvero la capacità delle imprese di far variare il numero delle persone occupate al loro interno, attraverso il ricorso a contratti di lavoro atipici; flessibilità funzionale che indica l’abilità dell’impresa ad organizzarsi in maniera flessibile senza ricorrere ai licenziamenti, facendo variare il numero dei dipendenti attraverso una forza lavoro capace di ricoprire un ampio raggio di compiti; flessibilità salariale ovvero l’attitudine del sistema delle retribuzioni a rispondere alle condizioni del mercato variando con facilità.

Se risulta ormai chiara l’esistenza di una correlazione negativa tra la crescita della produttività e il ricorso a lavoratori a tempo determinato (flessibilità numerica), è interessante considerare la relazione tra le principali forme di flessibilità introdotte (numerica e salariale) e il grado di innovazione delle imprese.

Infatti, anche se l’innovazione (insieme alla spesa in Ricerca e Sviluppo, R&S) rappresenta uno dei fattori principali in grado di avviare meccanismi virtuosi di sviluppo e crescita delle imprese, essa viene scarsamente richiamata quando si discute di lavoro. Se ne occupa però una parte della letteratura economica, da cui riprenderemo alcuni esempi specifici che risultano d’aiuto per valutare anche il caso italiano. Michie and Sheehan (2003), partendo da alcuni dati riguardanti il settore manifatturiero inglese, osservano che “le imprese più innovative sono proprio quelle che hanno deciso di non ricorrere a queste nuove forme di lavoro, frutto della deregolamentazione, ma che hanno invece perseguito una sorta di flessibilità funzionale associata non a contratti temporanei di breve durata, ma al contrario, ad una maggiore sicurezza occupazionale”. In altri termini:“Non vi è alcuna prova della possibilità che la flessibilità introdotta in seguito alla deregolamentazione del mercato conduca ad un’economia più innovativa. Questa affermazione, nella sua nettezza, stride fortemente con le frequenti argomentazioni che spesso vengono utilizzate per giustificare il ricorso ad una maggiore flessibilità.

Allora, all’interno di un dibattito che badi seriamente al contenuto della discussione, sarebbe necessario specificare il tipo di flessibilità che si vuole rincorrere, a partire però dai risultati già chiaramente osservabili in merito a quella numerica e salariale.

Kleinknecht et al.(2010) conducono un’indagine simile analizzando dati longitudinali riguardanti le imprese dei Paesi Bassi, da cui emerge chiaramente che le possibilità per un’impresa di adottare prodotti nuovi per il mercato, assumendo così una posizione leader rispetto agli altri competitors, sono negativamente influenzate da un elevato ricorso a lavoratori temporanei. Secondo gli autori, questo dato rende esplicita la necessità di favorire ed attivare un processo di accumulazione della conoscenza che può aver luogo, però, solo una volta creati rapporti di lavoro stabili e continuativi, capaci tra l’altro, di trasmettere un senso di fiducia ed appartenenza tra i lavoratori. Lucidi e Kleinknecht (2009) approfondiscono proprio questo aspetto, attraverso un’analisi sull’economia italiana, affermando che uno degli effetti della maggiore flessibilità del lavoro potrebbe essere un forte sottoinvestimento nella formazione dei lavoratori. Infatti, se i rapporti di lavoro sono di breve durata, allora le imprese hanno pochissimi incentivi ad investire nella formazione dei lavoratori, mentre dall’altra parte questi saranno riluttanti all’idea di acquisire delle competenze strettamente legate all’impresa in cui solo momentaneamente risultano occupati se non percepiscono un impegno di lungo termine con i propri datori di lavoro. In un contesto simile, le relazioni e il luogo di lavoro hanno subito profondi cambiamenti che pongono degli interrogativi concreti non solo sul dato “freddo” dell’andamento della produttività, ma ancor di più sulla natura frammentaria, atomizzata e fortemente gerarchica assunta dal rapporto lavoratore-imprenditore.

Infatti è innegabile che un lavoratore, soggetto al “ricatto” di un contratto a termine da rinnovare, non avrà nessun incentivo a muovere delle critiche, seppure in un’ottica costruttiva, ai suoi datori di lavoro in merito per esempio alla gestione delle risorse o all’organizzazione interna. Questa ritrosia al dialogo ed estraneità al confronto influenza e modifica l’ambiente di lavoro nel suo complesso, e lo rende sempre più impersonale e precario, determinando così il venire meno di uno dei punti di vista fondamentali (quello del lavoratore) nonché, cosa ancora più grave, ostacolando ed impedendo l’istaurarsi di un rapporto che sia equilibrato, trasparente e paritario con il proprio datore.

Attraverso dei rapporti caratterizzati da maggiore continuità e collaborazione invece, da una parte si andrebbe a promuovere ed incentivare la volontà dei lavoratori di condividere la propria conoscenza tacita con gli altri colleghi, dall’altra si andrebbe a stimolare l’investimento in programmi educativi e formativi da parte dell’impresa, meno propensa a licenziare un lavoratore su cui ha investito direttamente. In altri studi (Arulampalam et al.,2003; Wallette, 2005) è stata messa in evidenza proprio l’esistenza di una correlazione negativa tra forme di lavoro a tempo determinato e attività di training e formazione offerte dalle imprese stesse. Tali risultati suggeriscono degli interventi in materia di politiche del lavoro completamente differenti da quelli di cui si dibatte in questi mesi in Italia e mostrano le profonde contraddizioni e debolezze di un modello teso a confermare ed incentivare ulteriormente non solo la flessibilità in entrata, ma anche quella in uscita. Se infatti le imprese italiane adottassero un’ottica di lungo termine (piuttosto che inerpicarsi sull’incerto e scivoloso sentiero della minimizzazione dei costi), esse percepirebbero il lavoratore come la principale risorsa su cui investire, essenziale per aumentare la propria competitività e difficilmente sarebbero disposte ad “esodarlo”. E’opportuno allora sottolineare come, nel caso italiano, abbiano pesato e continuino a pesare fortemente la totale mancanza di un sistema di relazioni industriali capace di garantire ai lavoratori diritti, sicurezza e stabilità occupazionale e l’assenza di una progettualità concreta volta a riformare i modelli organizzativi all’interno dell’impresa. Eppure risulta ormai largamente dimostrato che l’organizzazione interna ha un’influenza specifica sulla produttività e più in generale sulla performance dell’impresa. Leoni (2010) ricorda come le componenti più strategiche nell’ambito operativo (ovvero quelle cognitive, relazionali e gestionali) si “formano sul posto di lavoro attraverso una serie di pratiche lavorative quali: l’esercizio di operazioni non routinarie, la job rotation, gli incentivi all’apprendimento, il lavoro in team, la consultazione e il coinvolgimento del lavoratore attraverso un sistema di suggerimenti dal basso, la partecipazione a gruppi di miglioramento e lo sviluppo di una carriera in diagonale (più che verticale).

L’idea di un’impresa “internamente flessibile”, capace di unire innovazioni organizzative, nuove pratiche del lavoro e un ripensamento delle relazioni gerarchiche e del grado di partecipazione del lavoratore appare un concetto del tutto sconosciuto in Italia.Nel nostro paese negli ultimi decenni si è deciso di ignorare quasi totalmente le potenzialità dell’Hpwo (High performance work organization), ovvero di un’organizzazione del lavoro capace di accrescere il capitale organizzativo e favorire in maniera duratura la competitività (e l’aumento dei salari). Infatti, se guardiamo al comportamento delle imprese italiane, vediamo che i loro investimenti in R&S e formazione, il tasso di innovazione congiunta, la quota di ICT e quella di export high tech sono tra i valori più bassi d’Europa. Si potrebbe obiettare che le imprese non hanno realizzato i profitti necessari per compiere investimenti, e che pur avendo ottenuto una minore rigidità delle norme sul lavoro non hanno avuto a disposizione i capitali necessari per aumentare gli investimenti. Ma non è così: prima della crisi in Italia (come nel resto di Europa) si è registrato un forte incremento della quota dei profitti sul valore aggiunto (speculare alla caduta della quota del lavoro) che, in particolare dal 1993 al 2006, è aumentata di circa 11 punti. Allora, a partire da un’analisi ancora più approfondita sui limiti delle relazioni industriali negli ultimi decenni (vedi Acocella e Leoni, 2010) e sul comportamento miope della classe imprenditoriale italiana, si potrebbero trarre spunti interessanti sui quali costruire ed elaborare proposte ben più ambiziose per una riforma del lavoro volta seriamente ad accrescere l’occupazione, a migliorarne le condizioni, riconoscendo diritti e forme di lavoro stabili, capaci non solo di incontrare e soddisfare le esigenze dei lavoratori, ma anche quelle di imprese volte all’innovazione e alla valorizzazione del proprio capitale umano.

Spesa in R&S %Pil, Spesa ICT %Pil, Quota Prodotti High Tech % Export
Italia, Spagna, Francia, Germania, Svezia, Eu27 Anni 2000-2010 (Eurostat)

A: Spesa in Ricerca e Sviluppo % Pil; B: Spesa ICT per tipo di prodotto % Pil; C: Quota Prodotti High Tech % sul Totale Export

Testi citati:

Acocella N.e Leoni R. (2010), La riforma della contrattazione: redistribuzione perversa o produzione di reddito?

Arulampalam W, Alison L. Booth , Mark L. Bryan (2004), Training in Europe, Journal of the European Economic Association, Vol.2, pages 346–360

Kleinknecht et al. (2010), Flexible labor and innovation performance:evidence from longitudinal firm-level data, ERIM, Report Series Research in Managment.

Leoni R. (2010), Organizzazione del lavoro,sviluppo delle competenze e performance d’impresa, L’Italia possibile. Equità e crescita, a cura di Ciccarone,Franzini,Saltari,,Brioschi editore

Lucidi F. and Kleinknecht A. (2009), Little innovation,many jobs: An econometric analysis of the Italian labour productivity crisis, Cambridge Journal of Economics 2010,34, 525-546

Michie and Sheehan (2003), Labour market deregulation, “flexibility” and innovation, Cambridge Journal of Economics

Wallette Marten (2005), Temporary jobs and on-the job training in Sweden-A negative Nexus? Deparment of Economics, Lund University, Sweden


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Fitoussi: “La democrazia conta più dei mercati, Hollande può mettere nell’angolo la Merkel”

Fitoussi: “La democrazia conta più dei mercati, Hollande può mettere nell’angolo la Merkel”.

Non è la vittoria annunciata di François Hollande, il candidato socialista alle elezioni presidenziali francesi, la causa dell’impennata degli spread. Ne è convinto il notissimo economista francese Jean Paul Fitoussiche, a Repubblica, spiega:

È troppo semplicistico dire che i mercati sono crollati a causa della semi-vittoria di Hollande. La settimana scorsa erano pure crollati, per qualche altra ragione. […] ogni volta si cerca ex post di trovare qualche ragione. Ora è la paura del socialismo: chissà, forse gli operatori sui mercati lo temono veramente, magari perché vedono la giustizia sociale come abbinata a nuove tasse, ma io non l´ho mai creduto neanche un momento. I mercati crollano oggi come ieri, e crolleranno ancora chissà quante volte, perché non è stato risolto il problema di una governance europea innanzitutto che esista, nel senso che si crei una struttura centrale in grado di dettare precise linee di azione, e poi che metta al primo posto i problemi della crescita e non dell’austerità a tutti i costi.

Altrimenti viviamo nella schiavitù dei mercati: quando crollano è come se chiedessero austerità, i governi magari ubbidiscono e poi dopo un po´ di tempo i mercati si accorgono che senza crescita le imprese non possono creare ricchezza, e allora i mercati crollano di nuovo. Tutto questo peraltro va nell´interesse degli speculatori

Il punto è chiarissimo, ma Fitoussi insiste anche sull’aspetto più generale:

la normalità è che siano i governi a tutelare i mercati. E i mercati a loro volta sanno che sono sottoposti al rischio di non poter sopravvivere senza l´aiuto dei governi. Questa è stata la grande lezione della crisi finanziaria: dire che bisogna cambiare il voto perché sennò si fa dispiacere ai mercati significa aprire una ferita nella democrazia“.

Se tutto questo vi sembra lo sfogo di un inguaribile vecchio socialista attaccato ai desueti principi della République, siete totalmente fuori strada. Per capirlo occorre leggere, accanto all’articolo di Repubblica, il resoconto del Sole 24 Ore. In primo luogo Fitoussi spiega che “la speculazione ha mano libera nei confronti dei paesi dell’Eurozona perchè la Bce non può intervenire acquistando in asta titoli e non abbiamo gli eurobond.” E poi avanza un suggerimento ad Hollande:

“Il mio consiglio ad Hollande è di non andare dalla Merkel (per discutere del fiscal compact ndr), prima vada dagli altri paesi dell’Eurozona e faccia un un gruppo di pressione. Se Hollande andrà dalla Merkel sarà spacciato come lo è stato Jospin che alla fine ha dovuto firmare. Se poi la Germania non accetta, che vada fuori dall’euro

In sostanza il messaggio di Fitoussi è questo: Hollande è l’unico che può riuscire a invertire il segno delle politiche economiche europee, tanto sul lato dell’austerità fiscale quanto su quello monetario. E’ l’unico tra i candidati all’Eliseo che può mettere la Merkel nell’angolo e avviare quelle riforme della Banca centrale europea e dei trattati fiscali senza le quali l’Europa non si salva e gli spread continuaranno a salire con la conseguente deflagrazione dell’area uro.

Forse Fitoussi esprime qualche ottimismo di troppo (e ci auguriamo di sbagliare), ma certo è che se la politica continuerà ad usare i mercati come uno spauracchio per imporre politiche sempre più restrittive, le cose non potranno che peggiorare.

Articolo su Repubblica

Articolo sul Sole 24 Ore


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Tognana e l’astrologia finanziaria

Ho accolto con vivo interesse la notizia del convegno “Scenari macroeconomici per l’Occidente”, organizzato dalla Camera di Commercio di Treviso ed i cui relatori sono il presidente della stessa Nicola Tognana ed Eugenio Benetazzo.

La scelta di un relatore per un convegno è un atto sia tecnico sia politico, è ipotizzabile quindi che la Camera di Commercio condivida le opinioni di Benetazzo o quanto meno le giudichi meritevoli di attenzione.

Al di là delle frequentazioni politiche del relatore in questione (Forza Nuova) mi chiedo quindi se per rilanciare l’economia trevigiana ci si affiderà in futuro alle teorie veicolate da Assoconsulenza, l’associazione di cui egli è vicepresidente, per esempio all’astrologia finanziaria ed al suo rapporto con le previsioni di borsa. Sarebbe certamente d’aiuto all’imprenditore trevigiano medio avere un oroscopo settimanale sulla sua attività lavorativa, magari redatto dal Mago Otelma… oppure no?

E trattando di scenari macroeconomici perché limitarsi all’astrofinanza? Il sig. Benetazzo è in grado di spiegare come dietro alle scie chimiche che vediamo nei cieli, a seguito del passaggi degli aerei, ci sia “un diabolico piano per ammalare e affamare il mondo con la compiacenza di chi ci governa”.

Caro Tognana, non stia con le mani in mano: chieda immediatamente l’intervento del Ministro della Difesa La Russa affinché su questi fenomeni ci sia il massimo di controllo ed il malefico complotto venga sventato.

Ma a questo punto perché non spingerci oltre, ed affidare un prossimo intervento al predicatore televisivo Harold Camping? Si tratta della persona che aveva previsto la fine del mondo per il 21 maggio ultimo scorso: è vero che siamo ancora tutti qua, ma non bisogna dar credito ai pregiudizi, il reverendo ha solo fatto male i calcoli ed il giorno del giudizio è ora previsto per il 21 ottobre. Se la Camera di Commercio volesse invitarlo, è bene lo faccia prima di tale data.

Stefano Dall’Agata


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TAGLIO DEL NASTRO PER LA NUOVA COOP DELLA FERRERA


Fonte: Oggi Treviso

Domani, giovedì, l’inaugurazione alla presenza del sindaco Maniero

CONEGLIANO – Un supermercato tutto nuovo: riapre domani, giovedì 14 aprile, la Coop della Ferrera a Conegliano, dopo un periodo di chiusura per i lavori di ristrutturazione.

Il punto vendita offrirà tanti servizi e prodotti in una nuova struttura moderna.

Al taglio del nastro, alle ore 9.30, saranno presenti il sindaco di Conegliano Alberto Maniero e il presidente di Coop Adriatica Gilberto Coffari. Insieme a loro, anche gli assessori comunali alle Attività produttive e ai Servizi sociali Loris Zava e Loris Balliana, il vicepresidente della Cooperativa Rino Ruggeri e il presidente dei soci Coop della zona Stefano Dall’Agata.

Alle 10 il negozio aprirà alla vendita, subito dopo la benedizione, a cura del parroco della chiesa di San Pio X don Pier Paolo Bazzichetto.