Fabbrica Treviso

Blog di Stefano Dall'Agata


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Di mense scolastiche, scuolabus e buoni libro

L’ultima trovata simil-razzista della destra che amministra gran parte del Paese è la richiesta alle famiglie straniere di produrre documentazione ulteriore rispetto all’ISEE che dimostri la mancanza di proprietà immobiliari nei Paesi d’origine.

manifestazione_mense_scolastiche
Fermo restando che appare chiaro come questi Atti siano strumentali alla discriminazione persino dei bambini e vadano quindi condannati senza alcun dubbio, vorrei segnalare una questione che fin’ora non ho visto espressa da altre parti.
Analizzando gli Atti quello che noto è che ai cittadini stranieri viene richiesto di dimostrare che non hanno proprietà in un determinato Paese straniero, che è quello di origine.

Ma le proprietà immobiliari non sono collegate necessariamente al Paese di origine o a quello di residenza, un cittadino italiano o un cittadino straniero, per una varietà di motivi potrebbe avere proprietà in Paesi diversi dall’Italia.
Il caso dello “zio d’America” che emigrato dall’Italia muore senza eredi rendendo ricchi i nipoti rimasti in Italia, piuttosto che emigrati in un altro Paese, e che fa parte del nostro comune vissuto, può essere valido sia per gli italiani che per gli stranieri.

Allo stesso modo, così come è possibile per un cittadino italiano il comprarsi un appartamento in Corsica ad Ajaccio, piuttosto che in Tunisia ad Hammamet, nulla lo vieta per un cittadino straniero.
A questo punto, pur privo di studi giuridici, a me sembra di rilevare grosse incongruenze nella sostanza di questi provvedimenti, non solo perché vengono richiesti documenti solo ai cittadini stranieri, ma pure perché l’unico Paese per il quale si richiede di dimostrare la mancanza di possedimenti immobiliari è quello di origine per lo straniero, mentre si chiudono tutti e due gli occhi per l’italiano o lo straniero che si fosse comprato un castello nella Loira o sulle sponde del Mar Baltico.

Agli amici avvocati e giuristi chiedo se cortesemente possono affrontare detta questione per produrre istanze di ricorso ai TAR contro regolamenti locali che prevedano discriminazioni.
Perché se il punto è il non aver beni all’estero, la documentazione andrebbe prodotta per ogni singolo Stato del pianeta Terra, sia dai cittadini italiani che da quelli stranieri.

Stefano Dall’Agata


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Un gelato in Piazza Duomo in occasione del Treviso Pride

PzaDuomoPride

Sabato 18 giugno a Treviso c’è il Pride, sarà come ci auguriamo tutti un pomeriggio solare, ma…
…quando c’è il sole fa caldo, dal Piazzale della Stazione a Piazza Pio X probabilmente ci si sentirà accaldati e forse un po’ disisdratati.
Quale migliore idea che andare a farsi un gelato in una delle ottime gelaterie di Piazza Duomo? 🙂
Pazienza se qualche residente dovesse aversene a male…
All together:
“I scream, you scream, we all scream for Ice Cream”

Il percorso ufficiale del Pride oggetto di critiche all’Amministrazione comunale per l’assurda negazione all’attraversamento dei luoghi simbolo della Città: Piazza del Duomo e Piazza dei Signori.

 

 “La sindrome del perdente si dà quando la gente oppressa sta seduta a pensare alle ragioni per cui non può fare qualcosa. Be’, fate quella cosa e basta. Pensare alle ragioni per cui non potete farla è lavoro del sistema, non vostro.”

Florynce R. Kennedy

L’ evento su Facebook

Sab  18 GIUGNO ore 16:00 · Treviso

 

 


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Un finale che non avremmo voluto vedere #Amnesty2015

“Come, per protervia e malafede, un gruppo dirigente può buttare nel fango la reputazione della propria associazione (che non è più la mia).”

Ma tutti noi sappiamo che nei paesi che hanno regolamentato, l’unico risultato evidente è stato quello di rendere più difficili se non impossibili le attività di contrasto allo sfruttamento, essendo diventato più complesso definire e provare lo stesso. Per non parlare del fatto che in Germania la tratta non si è arrestata, ma si è incrementata.

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viaUn finale che non avremmo voluto vedere #Amnesty2015.


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A proposito dei discorsi ambigui sulla prostituzione

Real menIn questo momento in Italia c’è un dibattito sul tema della prostituzione legato alla discussione in Francia di una Legge, che sul modello svedese, punta a sanzionare i clienti e non le prostitute.

In Italia vengono espresse posizioni contrarie, da parte ovviamente di maschi, purtroppo con la sponda di qualche più o meno prestigiosa intellettuale radical chic.

E se possiamo dire che un terzo dei maschi ha Silvio Berlusconi come modello, ne è conseguenza che la maggioranza invece non lo è.
Un terzo è sì una quota minoritaria, ma non marginale. Molti di questi hanno denaro e potere, e chi vive di notorietà anche riflessa può tendere a tenere profili ambigui per non inimicarseli.
In questo senso alcune posizioni falsamente “liberatorie” nei confronti della prostituzione possono essere lette come una complicità consapevole nei confronti di chi vuole esercitare sulle donne un dominio sessuale attraverso il denaro.

Per parte mia censuro fortemente sia le affermazioni maschili che quelle femminili che portano alla banalizzazione della prostituzione e faccio mio il motto “i veri uomini non pagano le donne”.


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GUERRA TOTALE CONTRO INGROIA (Gian Carlo Caselli).

Il nostro Paese è teatro di una guerra vera e propria. Non contro la crisi economica. O contro la disoccupazione. O contro l’evasione fiscale. O contro la corruzione. La vera guerra che si combatte è contro la Procura di Palermo. Un guerra totale, condotta con tattiche diverse, ma tutte ispirate all’obiettivo di restringerne gli spazi operativi e di circoscrivere il rischio che si scoprano verità sgradevoli. Bersaglio “privilegiato” di questa guerra è Antonio Ingroia. Già pupillo di Paolo Borsellino; da sempre costretto a vivere con i militari, i cani lupo e i sacchetti di sabbia intorno a casa sua, a causa di processi delicatissimi in cui è stato o è Pm (Contrada; Dell’Utri; “trattative ” tra Stato e mafia) Ingroia è finito proprio nel punto d’incrocio della raffica di assalti scatenata contro la Procura di Palermo e contro l’antimafia. Un luogo di intersezione che lo ha esposto moltissimo ad attacchi anche furibondi. Come l’assurda richiesta (in relazione al cosiddetto caso Ciancimino) di tirar fuori per lui l’art. 289 del codice penale – attentato a organi costituzionali – che punisce con 10 anni di galera chi cospira contro lo Stato. O come nel raggelante episodio di inciviltà che ha riguardato la sua persona in Senato, quando – mentre si citava il gravissimo fatto di un attentato distruttivo ordito contro di lui – una parte dell’aula ha fatto un coretto di irrisione alla pronunzia del suo nome. EPISODI squallidi di una guerra che denunzia l’insofferenza per il controllo di legalità realizzato con metodo e rigore. Con sullo sfondo l’ambizione mai accantonata di una riforma della giustizia che consegni alla maggioranza politica contingente (poco importa di che colore) il potere di aprire o chiudere il rubinetto delle indagini penali e di regolarne l’intensità. Come in ogni guerra, ogni tanto capita di dover registrare anche del “fuoco amico”. È il caso dell’intervista che Giuseppe di Lello ha rilasciato il 18 luglio a La Stampa. Di Lello è un valoroso magistrato che dopo essere stato in trincea con Falcone e Borsellino ha scelto di darsi alla politica. Forse è questa nuova collocazione che lo ha portato (come lui stesso ammette) a manifestare sempre – dopo la tragica stagione del ‘92/93 – “una certa insofferenza nei confronti della gestione delle grandi inchieste politiche della Procura di Palermo”. Dimenticando che era stato proprio lui a stigmatizzare come “scaltri” quei magistrati che sono sempre disposti a riconoscere in teoria la pericolosità della mafia nelle sue connessioni con il potere politico ed economico per poi essere pronti – nel momento di passare all’azione – a colpire soltanto l’ala militare. Ebbene, la Procura di Palermo del “dopo stragi” ha doverosamente rifiutato ogni “scaltrezza”. Ha invece cercato di oltrepassare il cordone sanitario delle relazioni esterne, indagando anche sulle coperture e complicità che sono il vero perno della potenza mafiosa. Nel solco di quel “voltare pagina” che aveva tracciato proprio il pool di cui anche Di Lello era stato (con meriti indiscutibili) componente, indicando come non più eludibili indagini sul “retro – terra dei segreti e inquietanti collegamenti che vanno al di là della mera contiguità”. È in questo quadro che si sono svolti – tra gli altri – i processi Andreotti e Dell’Utri. Con esiti certamente positivi per l’accusa. Se è vero (come ammette persino Di Lello) che “il senatore a vita Giulio Andreotti è stato riconosciuto responsabile fino al 1980 dei suoi rapporti con la mafia”. E se è vero –com’è vero – che il senatore Dell’Utri, nella sentenza 9 marzo 2012 n. 15727 della Cassazione, è stato ritenuto responsabile – in base a prove sicure – del reato di concorso esterno con Cosa Nostra per averlo commesso, operando di fatto come mediatore di Silvio Berlusconi, almeno fino al 1978 (per i periodi successivi, fino al 1992, la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio avanti alla Corte d’appello di Palermo). DUNQUE la Procura di Palermo ha svolto inchieste che hanno portato all’accertamento di pesanti responsabilità – per collusioni con la mafia – di personaggi che sono assolutamente centrali nella storia del nostro Paese: sul versante politico (Andreotti) e su quello dell’imprenditoria che si fa poi politica (Dell’Utri e dintorni). L’enormità di questi incontestabili dati di fatto dovrebbe sconsigliare ogni processo sommario alla stagione giudiziaria successiva alle stragi del ’92, stagione in cui la Procura di Palermo ha contribuito a salvare il Paese. Mi riesce davvero difficile, pertanto, condividere la tesi che Di Lello espone nella citata intervista, là dove sostiene che “molte scelte giudiziarie (della Procura di Palermo) si sono risolte in un boomerang”. Ma singolare è altresì la tesi secondo cui tali scelte giudiziarie “hanno poi rilegittimato i politici processati”. Singolare perché in realtà si è trattato e si tratta di una costante scandalosa autoassoluzione da parte della politica (praticamente tutta, trasversalmente) anche a fronte di responsabilità penali accertate fino a sentenza definitiva della Suprema corte. Quindi non “rilegittimazione”, ma vergognoso rifiuto di qualunque forma di responsabilità anche politico- morale. Rifiuto cui fa da corollario il mantra di certi magistrati che operano inseguendo biechi “teoremi”. Che è quello che in sostanza si va ingiustamente ripetendo (per svilirla) anche a proposito dell’inchiesta della Procura di Palermo e di Ingroia sulle “trattative”.Da Il Fatto Quotidiano del 20/07/2012.

viaGUERRA TOTALE CONTRO INGROIA (Gian Carlo Caselli)..


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Il pilatismo di Gentilini

Come si è già avuto occasione di rimproverare ai leghisti, da parte loro ci sono due pesi e due misure nel giudicare i fatti criminosi che accadono.
All’epoca dello stupro nel sottopasso della stazione ferroviaria Giancarlo Gentilini adoperò parole di fuoco per «certi criminali» proponendone la castrazione e il «lasciarli marcire in una cella».
Passa poco tempo ed ad essere accusati di pedofilia ci sono due commercianti trevigiani, e a questo punto partono i distinguo “conosco Caccavale da 50 anni” e “non voglio giudicare, aspetto che tutto sia acclarato”.
E no, Dott. Gentilini, non ci siamo. Le vittime hanno tutte bisogno di sostegno, non solo quelle vittime di stranieri, anche quelle che subiscono da parte di (ex) stimati commercianti della nostra Città.
Io  al posto suo mi vergognerei di essere una banderuola al vento di pregiudizi più o meno xenofobi, e le chiedo se in questa società che lei definisce bacata non entri magari la connivenza della Lega Nord nei confronti del comportamento dell’ex premier Silvio Berlusconi.
O vuole farmi credere che chi ha votato una mozione che affermava credibile che Ruby fosse la nipote di Mubarak era in buona fede?
Stefano Dall’Agata – Resp. Comunicazione Fed. SEL Treviso


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Ciao Bruna

Bruna Fregonese

Bruna Fregonese

Il mio ricordo va a una brava persona, convinta dei propri ideali e consapevole di essersi sempre data da fare per il bene della comunità trevigiana e del nostro Paese.

Grazie Bruna per l’impegno che hai dimostrato nella tua vita, per la libertà che hai contribuito a donarci con la lotta di Resistenza, per l’esempio che trasmettevi, frutto di un carattere limpido, scevro dalla ricerca di compromessi.

Altri che ti conoscevano meglio potranno fare discorsi più elaborati, io ricordo con piacere le chiacchierate fatte alla COOP di Fiera quando ci incontravamo, entrambi lì per fare la spesa.

Ciao Bruna, con te se n’è andata una persona buona.

Stefano Dall’Agata


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Ma Gheddafi non è Caino?

La curiosità è una brutta bestia, ma credo che assieme alla capacità di distinguere sia una della basi per farsi un’idea del mondo.

Oggi, a qualche giorno dalla morte di Gheddafi ho voluto vedere cosa dicono le due associazioni che in Italia sono più attive contro la pena di morte.

Sul sito di AMNESTY iNTERNATIONAL vi è una nota in cui si fa presente che se Gheddafi è stato ucciso dopo la cattura si tratta di un crimine di guerra.

Sul sito di NESSUNO TOCCHI CAINO l’ultimo comunicato è del 20 ottobre, e vi sono anche più di una news al giorno, ma forse troppo impegnati con altro da fare non hanno evidentemente trovato il tempo di dire nulla su una esecuzione extragiudiziale.

Dipenda dal fatto che Amnesty International è indipendente dai partiti e invece Nessuno tocchi Caino è emanazione del Partito Radicale Italiano?

Forse domani troveranno il tempo per scrivere qualcosa, per ora danno solo adito ai dubbi sulla loro correttezza.


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Comma ammazza-blog. Post dedicato a Gasparri & C.

Nobavaglio

Premessa: ieri sera a Porta a Porta si è parlato del comma 29, il cosiddetto ammazza-blog, ma gli spettatori di certo non avranno capito di cosa si tratta. E siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c’è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare. Bene il corso glielo offriamo noi, gratuitamente, perché caro Gasparri sì, Internet è uno strumento micidialedi libertà, di creatività, di condivisione di sapere e di conoscenza. Mondi inesplorati, capisco perfettamente (Arianna).Probabilmente oggi stesso ricomincerà il dibattito parlamentare sul disegno di legge in materia di riforma delle intercettazioni, disegno di legge che introdurrebbe, una volta approvato, numerose modifiche al nostro ordinamento lungo tre direttrici: limitazioni alla utilizzabilità dello strumento delle intercettazioni da parte dei magistrati; divieto di pubblicazione di atti di indagine per i giornalisti, anche se si tratta di atti non più coperti da segreto; estensione di parte della normativa sulla stampa all’intera rete.
Cerchiamo di chiarire sinteticamente i dubbi espressi in materia.Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?
Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete. Cosa prevede il comma 29? Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.

Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.

Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete?
La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online. Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie. Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la rete, in ogni caso è plausibile ritenere che tale obbligo riguarderà gran parte della rete.

Entro quanto tempo deve essere pubblicata la rettifica inviata ad un sito informatico?
Il comma 29 estende la normativa prevista per la stampa, per cui il termine per la pubblicazione della rettifica è di due giorni dall’inoltro della medesima, e non dalla ricezione. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ possibile aggiungere ulteriori elementi alla notizia, dopo la rettifica?
Il ddl prevede che la rettifica debba essere pubblicata “senza commento”, la qual cosa fa propendere per l’impossibilità di aggiungere ulteriori informazioni alla notizia, in quanto potrebbero essere intese come un commento alla rettifica stessa. Ciò vuol dire che non dovrebbe essere nemmeno possibile inserire altri elementi a corroborare la veridicità della notizia stessa.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?
La rettifica prevista per i siti informatici è sostanzialmente quella della legge sulla stampa, la quale chiarisce che le informazioni da rettificare non sono solo quelle contrarie a verità, bensì tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni “da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”, laddove essi sono i soggetti citati nella notizia. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia. Non si tratta affatto, in conclusione, di una valutazione sulla verità, per come è congegnata la rettifica in sostanza si contrappone la “verità” della notizia ad una nuova “verità” del rettificante, con ovvio scadimento di entrambe le “verità” a mera opinione (Cassazione n. 10690 del 24 aprile 2008: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

Come deve essere inviata la richiesta di rettifica?
La normativa non precisa le modalità di invio della rettifica, per cui si deve ritenere utilizzabile qualunque mezzo, fermo restando che dopo dovrebbe essere possibile provare quanto meno l’invio della richiesta. Per cui anche una semplice mail (non posta certificata) dovrebbe andare bene.

Cosa accade se non rettifico nei due giorni dalla richiesta?
Se non si pubblica la rettifica nei due giorni dalla richiesta scatta una sanzione fino a 12.500 euro.

Che succede se vado in vacanza, mi allontano per il week end, o comunque per qualche motivo non sono in grado di accedere al computer e non pubblico la rettifica nei due giorni indicati?
Queste ipotesi non sono previste come esimenti, per cui la mancata pubblicazione della rettifica nei due giorni dall’inoltro fa scattare comunque la sanzione pecuniaria. Eventualmente sarà possibile in seguito adire l’autorità giudiziaria per cercare di provare l’impossibilità sopravvenuta alla pubblicazione della rettifica. È evidente, però, che non si può chiedere l’annullamento della sanzione perché si era in “vacanza”, occorre comunque la prova di un accadimento non imputabile al blogger.

La rettifica prevista dal comma 29 è la stessa prevista dalla legge sulla privacy?
No, si tratta di due cose ben diverse anche se in teoria ci sarebbe la possibilità di una sovrapposizione parziale. La legge sulla privacy consente al cittadino di chiedere ed ottenere la correzione di dati personali, mentre la rettifica ai sensi del comma 29 riguarda principalmente notizie.

Con il comma 29 si equipara la rete alla stampa?
Con il suddetto comma non vi è alcuna equiparazione di rete e stampa, anche perché tale equiparabilità è stata più volte negata dalla Cassazione. Il comma 29 non fa altro che estendere un solo istituto previsto per la stampa, quello della rettifica, a tutti i siti informatici.

Con il comma 29 anche i blog non saranno più sequestrabili, come avviene per la stampa?
Assolutamente no, come già detto con il comma 29 non si ha alcuna equiparazione della rete alla stampa, si estende l’obbligo burocratico della rettifica ma non le prerogative della stampa, come l’insequestrabilità. Questo è uno dei punti fondamentali che dovrebbe far ritenere pericoloso il suddetto comma, in quanto per la stampa si è voluto controbilanciarne le prerogative, come l’insequestrabilità, proprio con obblighi tipo la rettifica. Per i blog non ci sarebbe nessuna prerogativa da bilanciare.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Se ritengo che la rettifica non sia dovuta, posso non pubblicarla?
Ovviamente è possibile non pubblicarla, ma ciò comporterà certamente l’applicazione della sanzione pecuniaria. Come chiarito sopra la rettifica non si basa sulla veridicità di una notizia, ma esclusivamente su una valutazione soggettiva della sua lesività. Per cui anche se il blogger ritenesse che la notizia è vera, sarebbe consigliabile pubblicare comunque la rettifica, anche se la stessa rettifica è palesemente falsa.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica, il titolare del dominio, il gestore del blog?
Questa è un’altra problematica che non ha una risposta certa. La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi è il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Anche qui non è possibile dare una risposta certa al momento. In linea di massima un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

Pensavo di creare un widget che consente agli utenti di pubblicare direttamente la loro rettifica senza dovermi inviare richieste. In questo modo sono al riparo da eventuali multe?
Assolutamente no, la norma prevede la possibilità che il soggetto citato invii la richiesta di rettifica e non lo obbliga affatto ad adoperare widget o similari. Quindi anche l’attuazione di oggetti di questo tipo non esime dall’obbligo di pubblicare rettifiche pervenute secondo differenti modalità (ad esempio per mail).

Pensavo di aprire un blog su un server estero, in questo modo non sarei più soggetto alla rettifica?

Per non essere assoggettati all’obbligo della rettifica è necessario non solo avere un sito hostato su server estero, ma anche risiedere all’estero, come previsto dalla normativa europea. E, comunque, anche la pubblicazione di notizie su un sito estero potrebbe dare adito a problemi se le notizie provengono da un computer presente in Italia.

E’ vero che in rete è possibile pubblicare tutto quello che si vuole senza timore di conseguenze? E’ per questo che occorre la rettifica?
Questo è un errore comune, ritenere che non vi sia alcuna conseguenza a seguito di pubblicazione di informazioni o notizie online, errore dovuto alla enorme quantità di informazioni immesse in rete, ovviamente difficili da controllare in toto. Si deve inoltre tenere presente che comunque l’indagine penale od amministrativa necessita di tempo, e spesso le conseguenze penali od amministrative a seguito di pubblicazioni online, si hanno a distanza di settimane o mesi. In realtà alla rete si applicano le stesse medesime norme che si applicano alla vita reale, anzi in alcuni casi la pubblicazione online determina l’aggravamento della pena. Quindi un contenuto in rete può costituire diffamazione, violazione di norme sulla privacy o sul diritto d’autore, e così via… Il discorso che spesso si fa è, invece, relativo al rischio che un contenuto diffamante possa rimanere online per parecchio tempo. In realtà nelle ipotesi di diffamazione o che comunque siano lesive per una persona, è sempre possibile ottenere un sequestro sia in sede penale che civile del contenuto online, laddove l’oscuramento avviene spesso nel termine di 48 ore.

Ho letto di un emendamento presentato da alcuni politici che dovrebbe risolvere il problema della rettifica. È un buon emendamento?
Già lo scorso anno fu presentato un emendamento da alcuni parlamentari, che sostanzialmente dovrebbe essere riproposto quest’anno, con qualche modifica. In realtà l’emendamento Cassinelli, dal nome dell’estensore, non migliora di molto la norma: allunga i termini della rettifica a 10 giorni, stabilisce che i commenti non sono soggetti a rettifica, e riduce la sanzione in caso di non pubblicazione. L’allungamento dei termini non è una grande conquista, in quanto l’errore di fondo del comma 29 è l’equiparazione tra rete e stampa, cioè tra attività giornalistica professionale e non professionale, compreso la mera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, esplicata dai cittadini tramite blog. Per i commenti la modifica è addirittura inutile in quanto una lettura interpretativa dovrebbe portare al medesimo risultato, anzi forse sotto questo profilo l’emendamento è peggiorativo perché invece di “siti informatici” parla di “contenuti online” con una evidente estensione degli stessi (pensiamo alle discussioni nei forum). Tale emendamento viene giustificato con l’esempio del blogger che scrive: “Tizio è un ladro”, ipotesi nella quale, si dice, Tizio ha il diritto di vedere rettificata la notizia falsa. Immaginiamo invece che Tizio effettivamente sia un ladro, la rettifica gli consentirebbe di correggere una notizia vera con una falsa. Se davvero Tizio non è un ladro, invece, non ha alcun bisogno di rettificare, può denunciare direttamente per diffamazione il blogger ed ottenere l’oscuramento del sito in poco tempo.

Ma in sostanza, quale è lo scopo di questa norma?
Una risposta a tale domanda è molto difficile, però si potrebbe azzardarla sulla base della collocazione della norma medesima. Essendo inserita nel ddl intercettazioni, potrebbe forse ritenersi una sorta di norma di chiusura della riforma, riforma con la quale da un lato si limitano le indagini della magistratura, dall’altro la pubblicazione degli atti da parte dei giornalisti. Poi, però, rimarrebbe il problema se un giornalista decide di aprire un blog in rete e pubblicare quelle intercettazioni che sul suo giornale non potrebbe più pubblicare. Ecco che il comma 29 evita questo possibile rischio.

Bruno Saettablog
@valigia blu – riproduzione consigliata


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Scusateci norvegesi

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Scusateci norvegesi, ma Vittorio Feltri non scrive in nostro nome
Excuse us Norwegians, but Vittorio Feltri doesn’t write in our name
Excusez-nous Norvégiens, mais Vittorio Feltri n’écrit pas dans notre nom
Norske Beklager, men Vittorio Feltri skriver ikke i navnet vårt