Fabbrica Treviso

Blog di Stefano Dall'Agata

Io e D’Alema

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Spulciando tra vecchi file ho recuperato il mio intervento.
Io e D’Alema non abbiamo mai avuto buona sintonia

Secondo Congresso provinciale del PDS

Monastier (TV) – sabato 5 aprile “97

Dalla lettura della tesi congressuale, nell’ultima versione emendata, pur trovandomi d’accordo con una parte del suo impianto generale, ricavo l’impressione della nebulosità di molte analisi, unite ad un progetto vago e mancante di una forte spinta ideale.

Elenco, di seguito, i punti che mi vedono in disaccordo.

D’Alema sostiene che il cosiddetto “centro” sarebbe sparito, come forza autosufficiente, a causa della forzata marginalizzazione del paese avvertita come pericolo da settori delle forze laiche e cattoliche. Ciò è falso perché il centro è stato superato a causa del travaso di voti da esso stesso alle destre, travaso conseguente a Tangentopoli.

Nella mozione si sostiene poi che dalla globalizzazione nascerebbe la crisi dei vecchi stati nazionali. Anche questo è falso, perché è da almeno un secolo che si parla di crisi dello “stato nazionale”, crisi che – secondo me – si origina dalle sue stesse radici, stante l’immaginarietà delle comunità nazionali e la fondazione della loro sovranità territoriale solamente sul “fatto compiuto”.

Si afferma, successivamente, che per effettuare la completa transizione dalla “prima” alla “seconda” repubblica, sarebbe necessaria la legittimazione reciproca da parte delle forze che competono per la guida del paese.

Ammesso e non concesso di averne bisogno noi (come PDS), la legittimazione va operata solo se essa è possibile. Non si tratta di “demonizzazione” dell’avversario, ma di presa d’atto della realtà: con chi usa metodi squadristi in Parlamento (Alleanza Nazionale) o con chi ha una condizione giudiziaria tale che ne sconsiglierebbe qualsiasi attività politica in ogni paese che si definisca civile, la legittimazione non è possibile.

Quanto al richiamo alla democrazia dell’alternanza, quest’ultima la decidono i cittadini con il voto e non il sistema elettorale; ad esempio, 50 anni di sistema maggioritario in Giappone hanno visto l’esclusivo appannaggio del governo da parte del partito liberale, mentre in Svizzera ed in Germania il sistema proporzionale ha consentito l’alternanza.

E’ falso, comunque, che il sistema proporzionale mal si coniughi con il bipolarismo: in Italia abbiamo avuto 50 anni di bipolarismo DC / PCI. E’ pure falso che il sistema maggioritario implichi il bipolarismo: in Gran Bretagna gli schieramenti sono tre; tra laburisti e conservatori, l’alleanza socialdemocratici-liberali si configura come terza forza organizzata con ampio seguito popolare. Tornando all’Italia, l’esistenza della Lega come forza autonoma dimostra l’irriducibilità della realtà ad una logica bipolare.

E’ dunque in base a queste considerazioni che decido di bocciare gli emendamenti N. 1 “Riforme istituzionali” (Barbera ed altri) e N. 8 “Sinistra” (Barbera ed altri), ritenendoli addirittura peggiorativi della mozione.

Trovo poi grave errore sostenere che la forma dello stato e del governo siano la causa della degenerazione del sistema democratico. Il problema, in Italia, non sono le regole bensì la volontà di rispettarle: citando Benedetto Croce, “se manca l’animo libero, nessuna istituzione serve, e se quell’animo c’è le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere buon servigio.”

Inoltre, la mozione ipotizza come già in corso il passaggio dal vecchio sistema produttore di merci al nuovo sistema produttore di servizi. L’errore che vi rilevo è semantico: le merci sono prima di tutto “beni”, diventano merci solo in una società di mercato. E’ la nostra volontà a decidere se un bene si configuri come merce o servizio, ma la sua natura – quale sia il nostro giudizio su di essa – resta invariata.

Se è vero, come D’Alema sostiene, che la sola crescita economica non comporta maggiore occupazione e l’espansione delle funzioni statali non garantisce maggiore eguaglianza di opportunità, è solamente perché non è stato ridotto l’orario di lavoro in maniera reale e generalizzata, lasciando nel contempo alle rendite tutti i benefici dovuti all’aumento della produttività.

La mondializzazione dell’economia e della finanza non è avvenuta per caso ne’ per virtù delle stesse. La finanza si è espansa a livello mondiale per precisa volontà degli stati (U.S.A. di Reagan in testa) che, con la cosiddetta “economia di carta”, hanno gonfiato il debito pubblico. Si è costituito quindi un capitale finanziario che, reso mobile dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale, sta condizionando l’economia e di conseguenza la politica mondiale.

Vorrei dire anche che il welfare non è in crisi a causa delle mutate forme economiche, ma è minacciato dalla perdita del senso di fraternità causata dalla volontà di profitto senza limiti connaturata al capitalismo. In società in cui la ricchezza pro capite è aumentata è innaturale e sbagliato che la povertà si sia estesa.

La prima volta in cui ho sentito nominare il “welfare delle opportunità” è stata in riferimento al pensiero politico di Tony Blair, l’uomo che ha fatto togliere dalla carta del Labour Party il riferimento alla socializzazione dei mezzi di produzione.

Cosa vuol dire D’Alema quando parla di “minori garanzie” e “maggiori opportunità”? Intende forse la democrazia del terno al lotto?

Come dare a tutti l’opportunità di crescita civile e culturale senza dare ad ognuno un tetto e tre pasti caldi al giorno? Fra consentire a chiunque l’accesso alle conoscenze tecnologiche, alla produzione di beni materiali (tutti, tranne le rendite) e beni immateriali (le rendite), e dare al popolo la proprietà dei mezzi di produzione, c’è differenza?

D’Alema dà poi per scontate le affermazioni delle sirene del neoliberismo, secondo le quali per i giovani sarebbe naturale e persino desiderabile cambiare lavoro più volte nel corso della loro vita. A me pare che quasi due milioni di concorrenti in tre concorsi pubblici dimostrino il contrario.

Inoltre, la minore domanda di forza lavoro non è conciliabile con la creazione di nuove opportunità e nuovi mercati, in quanto le opportunità di lavoro connesse a nuovi mercati e la domanda di forza lavoro sono la medesima cosa.

Il segretario è convinto che, mediante l’espansione del mercato sociale (“non profit”), si possa arrivare alla piena occupazione. Omette però di specificare su che basi, se tramite libere donazioni dei privati o su intervento statale. Ovvero: chi pagherà gli stipendi ai lavoratori del “non profit”?

Trovo quindi la mozione lacunosa riguardo a questi temi ed è perciò che sostengo l’emendamento N. 3 “Welfare” (Buffo ed altri).

Il segretario, inoltre, afferma l’esistenza di due sinistre a fronte di una sola politica possibile per esse. Vi sono invece, a mio parere, diverse sinistre con diverse politiche e una strada comune da trovare di volta in volta.

D’Alema indica un unico campo in cui collocare la sinistra del futuro, e cioè quello del socialismo e del riformismo europeo. Questa indicazione esclude però a priori fenomeni politici rilevanti quali, ad esempio, i Grunen, gli Zapatisti e tutti i partiti comunisti europei, Rifondazione compresa.

Ritenendo sbagliata detta impostazione, sostengo l’emendamento N. 7 “Principio federativo e nuova unità della sinistra” (Mele ed altri).

Inoltre, avendo preso visione dei contributi al congresso, devo dire che mi trovo sostanzialmente d’accordo con il contributo N. 3 (Far “crollare il muro” fra economia ed ecologia, prima firmataria Fulvia Bandoli) in quanto, guardando alle piccole-grandi cose giuste da fare, sottopone a mio avviso la politica (nelle sue varie forme, dall’economico all’amministrativo) alla centralità dell’etica, alla ricerca del bene comune. Per cui, sostengo l’emendamento N. 5 “Ambiente” (Bandoli ed altri).

Vorrei concludere citando Carlo Rosselli, le cui parole, scritte più di sessant’anni fa, mi sembrano ancora attuali: “Il problema italiano è, essenzialmente, problema di libertà. Ma problema di libertà nel suo significato integrale: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nella sfera individuale; e di organizzazione della libertà nella sfera sociale, cioè nella costruzione dello Stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero. Senza coscienze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione di classi. Il circolo non è vizioso. La libertà comincia con l’educazione dell’uomo e si conchiude col trionfo di uno Stato di liberi, in parità di diritti e di doveri, in uno Stato in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite alla libertà di tutti.”

Stefano Dall’Agata

Autore: Stefano Dall'Agata

Sono nato a Treviso il 6 dicembre 1960, ho conseguito il Diploma di Perito Chimico industriale presso l’ITIS “Enrico Fermi” di Treviso. In gioventù ho praticato atletica leggera e Tae Kwon Do, ma la mia grande passione è la musica, ho anche collaborato come DJ a varie radio locali. Lavoro come carrellista e sono iscritto al sindacato Filt Cgil di Treviso. Ho iniziato a partecipare alla politica attiva nel 1994 prima con il PDS, poi con i DS, arrivando a ricoprire la carica di Responsabile Regionale Ambiente e Territorio. Al loro scioglimento ho deciso di non aderire al PD e ho proseguito il mio percorso prima con Sinistra Democratica e poi con Sinistra Ecologia Libertà, che ho lasciato nel 2013 per motivi etico-morali. Alle Elezioni Amministrative per il mandato 2006/2011 sono stato eletto al Consiglio Provinciale della Provincia di Treviso. Parallelamente si è svolto anche il mio impegno nell’associazionismo, nel volontariato e nella cooperazione con Banca Etica, la Rete Lilliput, Coop Adriatica e Legambiente. Dal 9 febbraio 1979 condivido la mia vita con Maria G. Di Rienzo .

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