Fabbrica Treviso

Blog di Stefano Dall'Agata

Di cos’è fatto il buio

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di Maria G. Di Rienzo

(testo della presentazione del romanzo “Nostra Signora della Luce” alla Fiera della Microeditoria di Chiari, 13.11.2010)

Come ho immaginato una delle protagoniste, grazie a questo disegno

 

“Nostra Signora della Luce” è essenzialmente un’anti-utopia, classificabile nella fantascienza post-catastrofe. Voi sapete che “utopia” significa “non-luogo”, ma il significato attuale del termine – non solo per quanto riguarda la letteratura – è “luogo buono”, o “luogo perfetto”, dove i problemi del tempo presente sono stati risolti; un’anti-utopia, per contro, può condurre all’estremo i problemi del tempo presente e mostrarci il peggiore possibile dei mondi.

L’utopia e l’anti-utopia sono sempre state usate come forma immaginativa della critica sociale: sembrano distantissime dalla realtà, ma di solito sono una sfida di chi scrive all’assetto presente in cui si trova. Per le donne in particolare, sin dal 1600, scrivere utopie o anti-utopie è stato il poter dare voce a sogni e pratiche di libertà. Il fantastico femminile di questo tipo fornisce, infatti, un’esperienza di lettura trasformativa, e cioè rende ad esempio i lettori consci delle strutture del genere e delle metafore concettuali che le sostengono: abilita quindi i lettori a mettere in questione le cosiddette “verità” quotidiane su cosa sia essere uomini o essere donne.

Le donne che hanno scritto all’interno del genere utopico/fantastico hanno contribuito grandemente a far uscire il genere stesso dalla classificazione “intrattenimento superficiale” (leggi spazzatura) con cui era stato bollato dalle accademie. Vi hanno introdotto psicologia, biologia, filosofia, spiritualità, esperimenti sui ruoli sociali e di genere, costruzione di linguaggi non gerarchici, portando il fantastico fuori dal ghetto: adesso la fantascienza e la fantasy scritte da donne sono soggetto frequente di studi e seminari universitari, di saggi e di cicli di conferenze in tutto il mondo, anche se davvero poco in Italia.

Ci sarebbe molto da scoprire, e sicuramente anche da imparare, se riuscissimo a conoscere qualcun altra, oltre alla bravissima Mary Shelley ed al suo “Frankenstein” del 1818. Perché dopo sono venute Roquia Sakhawat Hussain, femminista musulmana bengalese con il suo “Il sogno della sultana”, nel 1905, dove descrive una segregazione sessuale all’incontrario in un universo alternativo. E dieci anni dopo, 1915, Charlotte Perkins Gilman creerà “Herland”, la “terra di lei” dove le donne si riproducono per partogenesi. E queste saranno le madri simboliche delle future Ursula Le Guin, Marge Piercy, Suzette Elgin, Margaret Atwood, Joanna Russ, Sheri Tepper, Joan Slonczewski, e persino Toni Morrison.

Questo per spiegarvi da cosa nasce la mia propensione ad usare il fantastico per quello che ho da dire, nonché per sottolineare il fatto che non ritengo il genere “minore” o “più facile” rispetto allo scrivere all’interno di un’altra cornice letteraria. Nello specifico, con “Nostra Signora della Luce” ho cercato di affrontare più aspetti del tempo presente proiettandoli nel futuro. Naturalmente, il lavoro risente delle riflessioni che io andavo portando avanti quando è stato scritto, qualche anno fa; queste riflessioni concernevano per lo più i contatti che avevo, ed ho tuttora, con le attiviste per i diritti umani delle donne (che in moltissimi casi sono anche delle attiviste ecologiste) in giro per il mondo, e specialmente in quelli che ora sono i luoghi peggiori, per viverci, del pianeta: tipo l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq, la Palestina, eccetera. I punti di vista di queste donne, le loro fatiche, le loro sofferenze, le loro vittorie, la loro resistenza, il loro coraggio, e le loro incrollabili voglia e gioia di vivere, sono cose che io cerco di trasmettere solitamente con articoli e traduzioni. Le traduzioni sono il più letterali possibile, quindi io sono solo il megafono per la voce di un’altra donna; gli articoli devono, com’è ovvio, presentare dei fatti ed argomentare in modo logico, razionale e convincente delle opinioni. In entrambi i casi c’è certo anche spazio per l’emozione e per i sentimenti, un po’ meno per le sensazioni e le esplorazioni speculative, meno ancora per la presentazione polivocale della situazione basata su queste ultime.

In breve, con “Nostra Signora della Luce” io ho voluto immergermi in una situazione (il classico “come sarebbe se…?”) e descriverla dagli svariati punti di vista dei personaggi. Nella maggioranza degli altri miei lavori io adotto il punto di vista della o del protagonista e racconto la storia come lei o lui la racconterebbe. Usualmente questo tipo di narrazione rende più agevole l’identificazione di chi legge con il personaggio o il provare almeno simpatia e trepidazione per lui (o per lei). In questo romanzo, invece, la cosa non è così scontata, sia appunto perché la narrazione è polivocale, sia perché tutti i personaggi presentano in maggior o minor misura ambiguità e chiaroscuri.

L’ambientazione è la città in cui vivo, il tempo è un lontano futuro, le questioni in gioco sono: le conseguenze di politiche ambientali di sfruttamento e di militarizzazione dei territori, la relazione che con esse ha la libertà delle donne (per esempio, queste politiche tendono ad enfatizzare una gerarchizzazione estrema dei ruoli di genere), il ruolo che la spiritualità può giocare sia sul piano costrittivo sia sul piano della liberazione e della guarigione.

Il sole è scomparso dal mondo, una cappa lo nasconde agli abitanti di questo futuro tranne che per poche occasionali visioni della durata di qualche ora; le relazioni sociali sono normate da una sorta di “vangelo” (la “Rivelazione del Secondo Avvento”) che considera la creatività umana come il peggiore dei mali: in particolare, le macchine e la tecnologia sono le icone della malvagità, perché è attraverso macchine e tecnologia che abbiamo bombardato, distrutto, inquinato, ucciso sino a riuscire persino a separare il pianeta dalla sua stella. La conoscenza dev’essere rigidamente controllata, se si deve scrivere qualcosa non può che essere un commentario o una lode alla Rivelazione del Secondo Avvento, e se si trovano libri che non corrispondono a queste caratteristiche è meglio bruciarli che leggerli. La città agonizza in uno stato di lento ma inesorabile disfacimento, animali non ve ne sono più tranne pochi insetti, le piante continuano a morire. L’unica speranza è appunto il ritorno di dio sulla terra; nel frattempo, nulla può ne’ deve essere fatto per migliorare la situazione.

In questo scenario, il racconto segue – per la prima parte – le vicende di una famiglia, di modo che noi si possa percepire come si vive, o meglio come si sopravvive, giorno dopo giorno, senza luce, fra muffe e oggetti che si disfano, piogge e nevicate continue, in una condizione in cui la costrizione e la sofferenza derivate dal bisogno si pensa di maneggiarle dichiarando la necessità, e financo la santità, della costrizione e della sofferenza. Naturalmente c’è sempre chi deve soffrire un po’ di più, c’è sempre chi è un po’ più peccatore e un po’ meno umano, e il genere femminile che è stato costretto a recitare questa parte per circa 4.000 anni di storia reale, anche nella mia storia fittizia si trova un gradino più in basso. Più esattamente, si trova ad uno dei due estremi dell’oggettificazione sessuale, quello che vuole il corpo femminile completamente coperto a causa degli impuri desideri che suscita negli uomini. All’altro capo di questa linea stanno le ballerine seminude sui cubi delle discoteche, ma chi definisce la linea è sempre e solo lo sguardo patriarcale; le donne devono essere velate o svelate a seconda della volontà degli uomini che stanno loro attorno, per cui nessuno riuscirà mai a convincermi che l’una o l’altra opzione siano scelte libere.

La seconda parte del romanzo vede personaggi che già conosciamo come co-protagonisti prendere il centro della scena e l’ingresso di nuove figure. La situazione politica è cambiata, ed è cambiata in peggio, perché la città è stata conquistata da un esercito religiosamente ispirato che ritiene di avere la “vera” versione della Rivelazione. E questo è stato il mio sberleffo ai fanatici, agli zeloti, ai sedicenti fondamentalisti, ai quali ho praticamente detto: fate attenzione, in nome dello stesso dogma che usate per inneggiare alla discriminazione ed alla distruzione altri possono discriminare e distruggere voi.

La metafora della sparizione della luce per descrivere un’epoca oscurantista è semplice e scoperta. E dal momento che la prima parte del romanzo, a causa di questa oscurità, non offre consolazioni a chi legge, volevo che il finale fosse positivo. Si trattava quindi, nella seconda parte, di rispondere alla domanda: chi riporta la luce alla Terra, chi libera il Sole? I trevigiani potevano resistere e confrontarsi in modo nonviolento con la dittatura militare sino a sconfiggerla, e così accadrà, ma il ritorno del Sole presupponeva sia l’utilizzo di tecnologia avanzata, sia la riscrittura del simbolismo concernente la sua scomparsa. Così, avevo bisogno che qualcuno tornasse dal passato per far funzionare in modo diverso le macchine (e cioè la Rete Climatica che mantiene in essere la cappa che nasconde il Sole), e avevo bisogno che qualcuno raccontasse in modo diverso la storia della scomparsa. Questo è il compito che si assumono una clone umana, priva di qualsiasi indizio rispetto alla situazione attuale e persino rispetto a se stessa, giacché è la copia fisica di una persona ormai deceduta, ma non la copia della personalità che apparteneva a quella persona, e un ragazzino classificato alternativamente come ritardato mentale o indemoniato. Volevo infatti fossero quelli visti come ultimi, i non considerati, i non capiti, i disprezzati, a sollevare la tenda che nel mio romanzo mantiene nel buio non solo i corpi, ma anche la ragione ed il sentimento.

In conclusione, lasciatemi chiudere su un registro leggero, per così dire. Io sono profondamente grata e molto orgogliosa di poter lavorare con una persona come Nicoletta Crocella, per cui credo che il mio romanzo non potesse aver miglior destino che quello di incontrare le sue mani e il suo cuore, e la sua associazione di artisti. Generalmente, la cosiddetta editoria “maggiore” non si prende la briga neppure di leggere una pagina di quel che gli mando, mi propone di pagare io stessa per la pubblicazione (cosa che non sono in grado di fare e non sono disposta a fare), o neppure mi risponde. “Nostra Signora della Luce” vanta però un primato in questo campo. Un editore non “micro” ha effettivamente sfogliato il testo e mi ha risposto che non poteva pubblicarlo: perché era scritto troppo bene. Il mio mondo è effettivamente cambiato, quel giorno. E’ chiaro che non mi trovo più sul pianeta che conosco, su cui sono nata, ma che sono stata trasferita – probabilmente a causa di una distorsione spazio-temporale – in un’anti-utopia per cui i medici che curano male i pazienti sono promossi a primari, i politici che approfittano del loro status per truffare e rubare e spassarsela vengono ossessivamente rivotati, i poliziotti che abusano della loro autorità sono trasferiti a mansioni superiori, e chi non sa fare nulla tranne che vendersi al miglior offerente vince premi per il suo “talento futuro”. Spero di poter tornare in un mondo decente, prima o poi, ma nel frattempo non mi tirerò indietro nel cercare di cambiare questo, e continuerò a scrivere.

Per quanto riguarda il libro, se è scritto bene, troppo bene, male, decentemente, eccetera, gli unici legittimati a deciderlo sono le lettrici e i lettori. Quindi, tocca a voi. Grazie.

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Autore: Stefano Dall'Agata

Sono nato a Treviso il 6 dicembre 1960, ho conseguito il Diploma di Perito Chimico industriale presso l’ITIS “Enrico Fermi” di Treviso. In gioventù ho praticato atletica leggera e Tae Kwon Do, ma la mia grande passione è la musica, ho anche collaborato come DJ a varie radio locali. Lavoro come carrellista e sono iscritto al sindacato Filt Cgil di Treviso. Ho iniziato a partecipare alla politica attiva nel 1994 prima con il PDS, poi con i DS, arrivando a ricoprire la carica di Responsabile Regionale Ambiente e Territorio. Al loro scioglimento ho deciso di non aderire al PD e ho proseguito il mio percorso prima con Sinistra Democratica e poi con Sinistra Ecologia Libertà, che ho lasciato nel 2013 per motivi etico-morali. Alle Elezioni Amministrative per il mandato 2006/2011 sono stato eletto al Consiglio Provinciale della Provincia di Treviso. Parallelamente si è svolto anche il mio impegno nell’associazionismo, nel volontariato e nella cooperazione con Banca Etica, la Rete Lilliput, Coop Adriatica e Legambiente; nel 2011 sono stato il coordinatore provinciale del comitato referendario contro il nucleare. Dal 2014 partecipo alle attività del Gruppo Promozione e dal febbraio 2016 sono membro della Comunità di Ubuntu-it . Dal 9 febbraio 1979 condivido la mia vita con Maria G. Di Rienzo .

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