Fabbrica Treviso

Blog di Stefano Dall'Agata

Elinor, il Nobel e il bene comune

1 Commento

Intervista ad Elinor Ostrom, Nobel per l’Economia 2009, di Fran Korten (per “Yes! Magazine”, febbraio 2010), trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo lunanuvola

Fran Korten: Ti ha sorpreso sapere di aver vinto il Nobel per l’Economia?

Elinor Ostrom: Sì, è stata davvero una sorpresa. Ero allo stesso tempo felice e sollevata.

Fran: Perché sollevata?

Elinor: Be’, perché avevo fatto un gran numero di ricerche durante gli anni, ed erano ricerche che molte persone giudicavano troppo radicali e che non piacevano ad altri. Poiché faccio un lavoro interdisciplinare non rientro in alcuna categoria, ed è stato un sollievo vedere, dopo tutti questi anni di lotte, che qualcuno ha pensato stessi facendo bene. E’ stato molto piacevole, per me e per la squadra che con me lavora. Il nostro stile organizzativo è differente in sé (il nostro Workshop è un centro interdisciplinare), perciò ci sono laureandi, studiosi in visita e membri di facoltà universitarie che lavorano insieme. Non avrei mai vinto il Nobel se non avessi fatto parte di questa impresa collettiva.

Fran: E’ interessante che la tua ricerca riguardi la gente che apprende a cooperare. E il Workshop all’Università è pure organizzato sui principi della cooperazione.

Elinor: Un mio nuovo libro che esce nel maggio prossima si intitola “Lavorando insieme”, l’ho scritto con Amy Poteete e Marco Janssen. Parla delle azioni collettive sui beni comuni. Ciò di cui discutiamo sono i modi in cui le persone lavorano insieme. Abbiamo usato uno spettro enorme di metodi diversi per guardare a questa questione (studi su casi specifici, modellamenti, esperimenti, lavoro statistico su larga scala). Mostriamo come le persone usino una molteplicità di modi per lavorare insieme.

Fran: Molta gente associa i “beni comuni” al famoso saggio di Garrett Hardin, “The Tragedy of the Commons.” Lui dice, per esempio, che se c’è un pascolo in un villaggio a cui tutti hanno accesso, allora ogni persona metterà su quella terra quante più mucche può per massimizzare il suo profitto, e presto il pascolo diverrà sovraffollato e inutile. Qual è la differenza tra il tuo punto di vista e quello di Hardin?

Elinor: Bene, io non credo che gli esseri umani siano così incapaci. C’è la tendenza generale a presumere che la gente agisca per il profitto a breve termine. Ma chiunque sappia come vanno gli affari nelle piccole città e come le persone in una comunità si relazionino l’una all’altra, capisce che molte delle decisioni prese non hanno come scopo il solo profitto, e che gli esseri umani tentano di dare un’organizzazione ai problemi e di risolverli. Se hai un peschereccio o un pascolo, e sai che il beneficio a lungo termine per la tua famiglia è non distruggerli, parlando con altre persone che usano le medesime risorse puoi capire meglio che regole funzionano sull’assetto locale, ed organizzarti per usarle. Ma se all’interno della comunità non vi sono buoni modi di comunicare o se il costo dell’auto-organizzazione è troppo alto, lì ci sarà il fallimento.

Fran: Perciò, stai dicendo che Hardin qualche volta ha ragione?

Elinor: Certo. La gente dice che lo disapprovo ed io rispondo sempre: “Non è così. Non lo disapprovo. Ho però dimostrato che la sua asserzione che qualsiasi proprietà comune è destinata al degrado è sbagliata.” Comunque lui stava trattando di un problema di considerevole importanza, che dobbiamo prendere seriamente. E’ solo che si è spinto troppo in là con le conclusioni, sostenendo che le persone non potranno mai maneggiare giustamente i beni comuni. Al Workshop noi abbiamo fatto esperimenti, in cui creiamo forme artificiali di proprietà comune (il peschereccio ed il pascolo sono immaginari) e portiamo le persone al laboratorio a prendere decisioni su queste proprietà. Quando non permettiamo alcuna comunicazione fra i partecipanti, essi sovraccaricano il pascolo o il peschereccio. Ma quando le persone comunicano, particolarmente nel modulo “faccia a faccia”, e dicono “Che ne diresti se proviamo questo? E se facessimo quest’altro?”, allora giungono ad un accordo.

Fran: Ma che succede se arriva un “battitore libero”, e cioè se alcune persone stanno alle regole ed altre no? L’intera faccenda non finisce per crollare?

Elinor: Se le persone non comunicano e non stabiliscono regole condivise è vero, questo problema c’è. Ma se si mettono insieme e dicono: “Ehi, gente, questo è un progetto a cui tutti dobbiamo contribuire. Adesso, vediamo di metterlo insieme.”, riescono a farlo funzionare. Per esempio, se si tratta di un orto comunitario, potrebbero dire: “Siamo d’accordo che ogni sabato mattina ci troviamo all’orto, stiliamo la lista dei lavori e poi la affiggiamo sul tabellone pubblico?” Moltissime comunità hanno inventato modi assai sottili per assicurarsi la collaborazione di tutti, perché se non lo fanno le persone che restano fuori diventeranno problematiche.

Fran: Allora, sono il “disonore pubblico” e l’ “onore pubblico” le chiavi per maneggiare i beni comuni?

Elinor: Disapprovazione e approvazione sono molto importanti. Non ci siamo neppure avvicinati a comprendere davvero quanto. Ci sono studiosi che lo hanno capito, ma non è ancora entrato nel modo comune in cui pensiamo alle azioni collettive.

Fran: Qual è il tuo esempio preferito, rispetto a persone che sono riuscite ad auto-organizzarsi ed a maneggiare proprietà in comune?

Elinor: Uno dei primi lavori in merito che ho letto, e che mi ha aperto la vista, è stato quello di Robert Netting, un antropologo che aveva studiato le proprietà comuni alpine per un periodo di tempo assai lungo. Studiò i contadini svizzeri e poi andò a studiare in Africa. Era davvero seccato dal fatto che sentiva definire gli africani “primitivi” perché usavano proprietà collettive di frequente e non conoscevano i benefici della proprietà privata. L’asserzione implicava che noi dovessimo forzarli ad accettare quest’ultima. Netting disse: “I contadini svizzeri sono degli idioti? Pure loro usano proprietà comuni.”

Pensiamoci un attimo. Nelle valli usano la proprietà privata, su nelle aree alpine usano quella comune. Perciò le stesse persone conoscono proprietà privata e proprietà comune, ma usano quella comune nelle zone alpine. Perché? Be’, perché queste aree sono ciò che Netting definisce “a macchia di leopardo”. In un segmento dell’area piove molto un anno, e c’è parecchia neve, ed è ricco, ma altri segmenti restano secchi. Se in quella zona tu pianti i recinti della proprietà privata allora il sig. Tizio avrà un raccolto eccezionale d’erba un anno, e non riuscirà neppure ad usarla tutta, e il sig. Caio non ne avrà per nulla. Perciò, sosteneva Netting, vi sono luoghi in cui ha più senso avere un pascolo aperto che uno chiuso. Credo che questo esempio dia una buona idea dell’ampia varietà di regole che le persone hanno usato per maneggiare terra comune.

Fran: Perché le scoperte di Netting risultarono così sorprendenti, per te?

Elinor: Ero cresciuta pensando che la terra fosse qualcosa che si muoveva comunque verso la proprietà privata. Ho fatto la mia tesi di laurea sulle fonti d’acqua californiane, perciò avevo familiarità con l’acqua come “bene comune”. Ma quando lessi Netting compresi che vi sono ambienti in cui veramente non ha alcun senso piantare recinzioni e avere piccoli appezzamenti privati.

Fran: Lin, se tu incontrassi qualcuno che ha molta influenza sulle politiche riguardanti le risorse naturali, diciamo il presidente della Banca Mondiale o il Segretario Usa del Dipartimento degli Interni, cosa gli diresti?

Elinor: Che non ci sono panacee. Noi tendiamo a volere formule semplici, perciò ci limitiamo di solito a due prescrizioni: privatizzare la risorsa o farne una proprietà statale. Ma spesso le persone che vivono su quella risorsa sono nella posizione migliore per trovare un metodo per maneggiarla quale bene comune.

Fran: In tali situazioni i governi avrebbero un ruolo?

Elinor: Abbiamo bisogno delle istituzioni affinché rendano le persone capaci di svolgere i loro ruoli nel maneggiare i beni comuni. Per esempio, se c’è un conflitto, ci sarà necessità di un tribunale equo e onesto ad un livello più alto dell’assemblea delle persone coinvolte sulla risorsa. Abbiamo anche bisogno di istituzioni che provvedano conoscenza accurata. L’Istituto di ricerca geologica statunitense è un’istituzione che io indico sempre: non entrano nel problema a piedi in avanti, avanzando proposte su quel che si dovrebbe fare, ma compiono veramente un buon lavoro nel provvedere accurata conoscenza scientifica. Io non sono contraria ai governi. Sono contraria all’idea che debba essere la burocrazia a prendere tutte le decisioni che riguardano le persone. A volte i pubblici ufficiali non sanno neppure che le persone della tal area condividono un accordo. Non occorre che sia registrato in tribunale, perché funzioni, e neppure che sia stato scritto. Ecco perché a volte le autorità pubbliche distruggono completamente ciò che le genti del luogo avevano speso anni a creare.

Fran: Tu hai fatto ricerche sulle giurisdizioni piccole e medie inerenti le risorse naturali. Ma che mi dici dei beni comuni globali? Abbiamo il problema del cambiamento climatico. Ci sono lezioni che possiamo trarre dal tuo lavoro, per questo?

Elinor: Rispetto al clima ho un po’ di speranza. Ci sono benefici che le persone possono godere a livello locale nel mentre generano benefici per l’ambiente a livello globale. Prendi la coppia “salute e trasporti”. Se più persone usano la bicicletta o vanno a piedi, e prendono l’auto solo se la distanza veramente lo rende necessario, allora la loro salute migliorerà assieme all’atmosfera. Naturalmente se sono in pochi non fa differenza, ma se sempre più persone pensano “Questa è la vera vita che voglio vivere”, ciò sarebbe d’aiuto alla questione globale. Allo stesso modo, se investiamo nel ripensare i sistemi di riscaldamento delle abitazioni, risparmieremo il danaro e l’ambiente. Sì, vogliamo azioni a livello globale, ma ragazzi, vi pare il caso di restare seduti ad aspettarle, nel frattempo?

Fran: C’è un messaggio che vuoi mandare ai tuoi lettori?

Elinor: Dobbiamo togliere dalla testa della gente che sia doveroso avere una casa enorme e un’automobile di lusso. Alcuni aspetti della nostra mentalità non ci aiuteranno affatto nei prossimi cinquant’anni. Dobbiamo riflettere su come scegliere di condurre un’esistenza soddisfacente in cui ci aiutiamo l’un l’altro, in modi che veramente siano d’aiuto alla Terra.

Fran: Guardiamo avanti di vent’anni. Cosa speri che sarà stato compreso, per allora, sui sistemi delle proprietà comuni e sui modi di gestirle?

Elinor: Ci serve un senso più ampio di ciò che chiamiamo “sistemi socio-ecologici”. Dobbiamo diventare capaci di vedere il lato biologico e quello sociale all’interno di un’unica cornice. E’ una grossa sfida, ma ora ho trovato alcuni colleghi molto interessati alla cosa. Alcuni di loro sono giovani, e ciò che trovo incoraggiante è che se lavoriamo in gruppo ci muoveremo senz’altro in avanti nei prossimi vent’anni. Però io fra vent’anni ne avrò 96, non credo che sarò attiva quanto oggi.

Fran: Ah, no? Io non ci scommetterei!

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Autore: Stefano Dall'Agata

Sono nato a Treviso il 6 dicembre 1960, ho conseguito il Diploma di Perito Chimico industriale presso l’ITIS “Enrico Fermi” di Treviso. In gioventù ho praticato atletica leggera e Tae Kwon Do, ma la mia grande passione è la musica, ho anche collaborato come DJ a varie radio locali. Lavoro come carrellista e sono iscritto al sindacato Filt Cgil di Treviso. Ho iniziato a partecipare alla politica attiva nel 1994 prima con il PDS, poi con i DS, arrivando a ricoprire la carica di Responsabile Regionale Ambiente e Territorio. Al loro scioglimento ho deciso di non aderire al PD e ho proseguito il mio percorso prima con Sinistra Democratica e poi con Sinistra Ecologia Libertà, che ho lasciato nel 2013 per motivi etico-morali. Alle Elezioni Amministrative per il mandato 2006/2011 sono stato eletto al Consiglio Provinciale della Provincia di Treviso. Parallelamente si è svolto anche il mio impegno nell’associazionismo, nel volontariato e nella cooperazione con Banca Etica, la Rete Lilliput, Coop Adriatica e Legambiente; nel 2011 sono stato il coordinatore provinciale del comitato referendario contro il nucleare. Dal 2014 partecipo alle attività del Gruppo Promozione e dal febbraio 2016 sono membro della Comunità di Ubuntu-it . Dal 9 febbraio 1979 condivido la mia vita con Maria G. Di Rienzo .

One thought on “Elinor, il Nobel e il bene comune

  1. Grazie mi sto interessando da tempo al problema del bene Comune e questo é stato un aggiornamento utile e soprattutto scientifico.Trattandosi di un tema alla moda esiste una diffusa riflessione sul tema.Ricondurlo al segmento delle finalità di una nuova economia-é cosa credo necessaria se non vogliamo cadere nell’ovvietà del diffusodiscorso sul tema.tienimi aggiornata Elvira Lussana

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